Italy

Più lavoro di cura gratis: così la crisi riporta a casa le donne

Rita Querzè

È aumentato il lavoro di cura a carico delle famiglie durante la pandemia. Perché i servizi (nidi, scuole, rsa) non erano sempre disponibili. Perché si è ridotto il lavoro dei collaboratori domestici per il timore favorire il contagio. Alla fine a farsene carico sono state le donne, anche al prezzo talvolta di rinunciare al lavoro fuori casa.

Quello che era facile intuire osservando i comportamenti intorno a noi ora è certificato dai numeri. Inapp ha analizzato i dati legati all’utilizzo del cosiddetto «congedo Covid» utilizzabile in caso di quarantena dei figli durante la pandemia. Ne è risultato che, nonostante la norma consentisse la divisione con il partner dei giorni di assenza, il 90% delle donne lo ha utilizzato interamente per sé, soltanto l’8% lo ha condiviso con compagno. In altre parole, con l’emergenza sanitaria il lavoro di cura gratuito in famiglia è aumentato. E a farsene carico sono state le donne. A pesare anche il fatto che le retribuzioni femminili sono in media più basse (17% in meno nel privato secondo Eurostat). Così il primo stipendio a essere sacrificato in caso di necessità è nella maggioranza dei casi quello femminile. «Questo “sacrificio” delle donne, per la tenuta del sistema familiare e per la salvaguardia del reddito (maschile) più forte, significa meno crescita e meno contributo al Pil e aumento del carico sulle politiche passive», fa notare il presidente Inapp Sebastiano Fadda.

L’Istituto ha condotto uno studio dal titolo «Il post lockdown: i rischi della transizione in chiave di genere» basato su 689 interviste. Il risultato è quello che Inapp definisce come il trionfo dell’approccio «man first», prima gli uomini. Dopo il lockdown sono stati in fatti gli uomini a rientrare per primi al lavoro, le donne hanno prolungato lo smart working e alcune sono arrivate a valutare le dimissioni. Questi comportamenti vanno compresi considerando il contesto: in Italia, nelle coppie con due stipendi il contributo femminile mediamente non supera il 40% del reddito familiare. Inoltre a seguito della maternità 1 donna su 6 esce dal mercato del lavoro per prevalente motivo di «conciliazione con le esigenze familiari». Per finire le dimissioni volontarie delle donne con figli da 0 a 3 anni sono in costante aumento e hanno superato le 35.000 unità nel solo 2019.

Eppure le donne continuano a essere più preparate degli uomini. «Nel 2019, in Italia, avevano il diploma quasi due donne su tre; una quota di circa cinque punti percentuali superiore a quella degli uomini (64,5% contro 59,8%), differenza che nella media Ue è invece pari ad appena un punto — ha spiegato il presidente Istat Gian Carlo Blangiardo in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato —. Inoltre, il 22,4% delle donne ha una laurea (22,6% nel secondo trimestre 2020), contro il 16,8% degli uomini. Nonostante ciò il tasso di occupazione femminile con la pandemia sta facendo passi indietro. Nel secondo semestre di quest’anno si attestava al 48,4%, contro il 66,6% di quello maschile, collocandoci al penultimo posto in Europa. Sempre nel secondo semestre si sono registrate ben 470 mila occupate in meno.

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