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Porte girevoli in Afghanistan: via gli Usa, arriva la Cina

Quello che sembrava impossibile soltanto poco tempo fa si è materializzato lo scorso 28 luglio a Tianjin, una città costiera nel nord-est della Cina dove il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha ricevuto in pompa magna il mullah Abdul Ghani Baradar, vice leader dei talebani, accompagnato da una delegazione composta da nove persone. Clima molto diverso da quello che i cinesi due giorni prima avevano riservato a Wendy R. Sherman, vicesegretario di Stato americano accolto in un clima gelido e non certo a causa del meteo.

Per i talebani che per bocca di uno dei loro leader Zabioulla Moudjakhed hanno riconquistato circa il 90% del paese "i confini dell'Afghanistan con Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Iran, sono sotto il nostro controllo", è stata l'ultima tappa di un tour diplomatico regionale che li ha portati nelle scorse settimane a Teheran, Mosca, Ashgabat, luoghi dove hanno incontrato politici e funzionari statali. La loro rinnovata legittimazione da parte dei leader regionali ha colto di sorpresa il debolissimo Governo di Kabul che è rimasto in silenzio, anche se ha dovuto imporre il coprifuoco in 31 delle 34 province del Paese per tentare di arginare le violenze dei talebani e tutto questo mentre a Kandahar è in corso una tremenda e sanguinosa battaglia per la conquista definitiva della città dalla quale fuggono migliaia di persone.

Per tornare alla Cina, la visita della delegazione talebana assume un fortissimo significato politico viste anche le parole del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, che nel presentarli ha affermato che "i talebani sono una forza militare e politica fondamentale e l'Afghanistan appartiene al popolo afghano e il futuro e il destino dell'Afghanistan dovrebbe essere nelle mani del popolo afghano. Il precipitoso ritiro delle truppe degli Stati Uniti e della NATO dall'Afghanistan ha di fatto segnato il fallimento delle scelte politiche statunitensi nei confronti dell'Afghanistan, e il popolo afghano ha un'importante opportunità per stabilizzare e far sviluppare il proprio Paese".

Wang Yi è stato anche prodigo di consigli: come riportato dalla nota ufficiale cinese " ha invitato i talebani a lavorare per migliorare la loro immagine diplomatica e ha ottenuto un impegno pubblico che il gruppo non avrebbe permesso ai combattenti per utilizzare il territorio afghano come base per effettuare attacchi all'interno della Cina". Opportunità politica, sgarbo agli americani oppure paura dei talebani e il timore di perdere tutti i soldi investiti in Afghanistan?

C'è un po' di tutto perché da tempo il Dragone cinese è preoccupato per quanto accade in Afghanistan con il quale condivide il così detto "Wakhan Corridor", ovvero, una stretta striscia montuosa di territorio afgano nella provincia del Badakhsha dove sono attivi i talebani e non troppo lontana dallo Xinjiang, una regione in gran parte musulmana uigura nella Cina occidentale dove il Governo di Pechino esegue arresti e usa il pugno di ferro con centinaia di migliaia di persone in nome della lotta all'estremismo islamico.

Occorre ricordare che nonostante le critiche cinesi sulla ventennale presenza americana in Afghanistan l'ombrello USA li ha a lungo protetti dal possibile utilizzo del territorio afgano come base logistica per gli estremisti che lottano per l'indipendenza dello Xinjiang, che i separatisti uiguri chiamano "Turkestan orientale".

Sullo sfondo dell'attivismo cinese c'è la preoccupazione che vadano in fumo miliardi di dollari investiti nel Paese.

Secondo Antonio Selvatici giornalista e saggista tra i massimi esperti di questioni cinesi: "La politica dell'American First dell'ex Presidente Donald Trump ha evidenziato come, dove si vengono a formare degli spazi vuoti, questi vengano presto riempiti da altri. Dopo la frettolosa ritirata delle truppe statunitensi e Nato era prevedibile che emergesse con maggiore limpidità l'interesse della Cina per l'Afghanistan. Per l'Occidente quella in Afghanistan è stata una lunga missione il cui risultato ha evidenziato una forte sproporzione tra costi e benefici. La Cina ha forti interessi in Afghanistan non solo geopolitici: il confine con il Pakistan, già rientro nella sfera d'influenza della Cina essendo uno dei Paesi più interessati dall'ambizioso progetto della Nuova Via della Seta, che comprende la base navale civile militare di Gwadar la quale offre uno sbocco sull'Oceano con vista sul Golfo di Oman (dove transitano le petroliere cariche di greggio dirette all'assetato mercato energetico cinese).

E i talebani che ne pensano degli investimenti cinesi?

Recentemente Suhail Shaheen, portavoce dei talebani, intervistato dal South China Morning Post ha giudicato la Cina "friendly country". I talebani danno "il benvenuto alla Cina. Se hanno investimenti ovviamente garantiamo la loro sicurezza". Non a caso, ma è solo un esempio, a Mes Aynak , a una quarantina di chilometri a sud di Kabul, si trova una tra le più importanti delle miniere di rame del mondo già adocchiata da Pechino che nel 2018 attraverso la società di Stato Metallurgical Corporation of China si è garantita l'estrazione. Ed è ciò di cui Pechino ha bisogno: stabilità per i suoi investimenti anche in un ottica di ricostruzione del Paese martoriato. La Cina sta costruendo un una "barriera" cuscinetto che comprende anche Afghanistan, Pakistan e Iran. E l'India come reagirà?" Probabilmente aggiungiamo noi, non bene….

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