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Precari della ricerca, arriva il decreto beffa. La protesta: “È un licenziamento di massa”

La Legge di Bilancio del 2021 aveva stanziato 25 milioni per la stabilizzazione dei ricercatori di vari istituti, a cominciare dal Cnr e dall’Asi. Ma il Ministero ha deciso di darne la metà per nuove assunzioni. Almeno 600 rischiano di andare a casa alla fine dell’anno, quando scadranno i termini della legge Madia.

Era l’ultimo miglio per la stabilizzazione dei precari della ricerca, con un apposito stanziamento di 25 milioni di euro introdotto nell’ultima Legge di Bilancio. E suona invece come l’ennesima beffa, che per molti rischia di essere quella definitiva: il 31 dicembre scadono i termini per ottenere un contratto a tempo indeterminato. Insomma, un esempio magistrale che spiega la ragione della fuga dei cervelli. Con la firma della ministra dell’Università, Maria Cristina Messa.

Il decreto attuativo della norma ha provveduto al riparto dei fondi, aprendo la prospettiva di “un licenziamento di massa”, come dice a Fanpage.it Marco Torri, ricercatore nel Cnr. Il motivo? Quasi la metà dei soldi sono stati dirottati su un altro capitolo: saranno spesi per il reclutamento di nuovo personale. Con tanti saluti ai “vecchi” precari, quei ricercatori, che lavorano negli enti pubblici da più di dieci anni. “Per fare un esempio, io sono tra i più giovani e lavoro al Cnr da otto anni. Altri sono là da molto più tempo”, racconta Torri.

Si parla dunque di professionisti che hanno esplorato qualsiasi forma di contratto precario e dopo averne passate di tutti i colori vedono spalancarsi le porte della “fine del rapporto”. “La maggior parte di queste persone, con assegno di ricerca, hanno raggiunto il limite di rinnovi. O vengono stabilizzate o vengono spedite a casa. Non ci sono strade alternative”, dice ancora Torri, che sintetizza: “Questo decreto può mandare a casa molti ricercatori. Un vero licenziamento di massa”. Uno scenario evitabile se si riuscisse ad arrivare a una proroga, per cui al momento non si vedono spiragli. E i tempi sono davvero stretti: mancano appena quattro mesi, considerando la pausa agostana. “Di sicuro la situazione non giova alla serenità di centinaia di lavoratori della ricerca”, spiegano fonti sindacali.

Il motivo va insomma individuato nel riparto del decreto. Le risorse messe a disposizione dalla Manovra, quella firmata dal Conte bis, erano di 25 milioni da impiegare “esclusivamente per l’assunzione di ricercatori negli enti pubblici di  ricerca  in  modo da assicurare l’integrale copertura delle spese connesse  alle attività dei ricercatori stabilizzati”, come recita il testo della legge. Ma, con grande sorpresa e rammarico dei ricercatori, i fondi sono stati spacchettati: 12 milioni e 545mila sono destinati alle stabilizzazioni, l’altra parte (praticamente la metà) andrà per le nuove assunzioni. Un ribaltamento di prospettiva che ha provocato la protesta di chi attende la stabilizzazione e si era illuso di ottenerla a breve o comunque prima dei termini fissati dalla legge Madia, il fatidico 31 dicembre 2021. Una data incubo per molti. In questa legislatura abbiamo di volta in volta reperito le risorse da impiegare per le stabilizzazioni nei vari provvedimenti”, spiega Alessandro Melicchio, deputato del Movimento 5 Stelle, che sta seguendo da vicino la vicenda. Anche per questo ha presentato un’interpellanza alla ministra Messa: chiede spiegazioni sulla decisione del riparto. “Questi ricercatori hanno acquisti dei diritti e devono essere rispettati”, incalza Melicchio.

Da quanto si apprende, la visione della ministra Messa è quella di preferire nuove assunzioni rispetto alle stabilizzazioni. Una strategia diversa rispetto al predecessore, Gaetano Manfredi. Non a caso la norma era stata inserita nella Legge di Bilancio firmata dalla maggioranza giallorosa. Dal punto di vista pratico era un’integrazione del Fondo ordinario degli enti di ricerca (Foe) che ogni anno viene ripartito dal Ministero dell’Università. La porzione di budget più sostanziosa viene sempre destinata al Cnr, che assorbe più di un terzo del totale, rappresentando l’ente più finanziato dallo Stato, insieme all’Agenzia spaziale italiana (Asi) (circa il 30% dei finanziamenti). Nel 2020 la dotazione complessiva è stata di un miliardo e 754 milioni, a cui si sono aggiunti appunto i 25 milioni, ma con il vincolo della stabilizzazione, facendo lievitare lo stanziamento complessivo a un miliardo e 779 milioni di euro.

Al di là dei numeri, resta il fatto che allo stato attuale circa 600 ricercatori finiranno a casa. Nel dettaglio delle tabelle del decreto, che Fanpage.it ha visionato, le risorse messe a disposizione garantiranno la stabilizzazione di 193 precari su un totale di circa 800, secondo la stima formulata. La quota maggiore di chi avrà un contratto è nel Cnr, per la precisione 51 ricercatori a fronte di un fabbisogno di “centinaia di stabilizzazioni”, spiega Torri. Altre 27 unità saranno stabilizzate dall’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e 26 dall’istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e dall’istituto nazionale di ricerca metrologica (Inrim). E via via con cifre inferiori per altri enti di ricerca.

Sono piuttosto perplesso”, ribadisce Melicchio, parlando con Fanpage.it. “Abbiamo scritto una norma primaria – aggiunge il parlamentare dei 5 Stelle – mettendo a disposizione 25 milioni proprio per completare le stabilizzazione dei precari. Poi un decreto attuativo ha indicato che sarà destinato solo la metà delle risorse, disattendendo la volontà espressa dal Parlamento”. Per Melicchio “lo spacchettamento di quei fondi non ha senso, visto che eravamo quasi alla conclusione di un percorso lungo e complicato. Ora i fondi sono stati letteralmente sottratti”. Dopo la pubblicazione del provvedimento ministeriale, c’è chi vocifera addirittura la possibilità di un ricorso al Tar per stoppare l’esecutività del decreto, ritenendolo illegittimo. Indipendentemente da eventuali iniziative legali, la battaglia continuerà in Parlamento. “Da deputato – conclude Melicchio – ho la responsabilità di individuare un’altra soluzione in tempi brevi. Per questo la prima cosa da fare è la proroga dei termini e prevedere un altro stanziamento”.

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