Italy

Primarie con thrilling. Il rischio è l’affluenza. Il Pd la spera alta, ma la teme bassa a Roma

Il terrore è di fare peggio che a Torino, quindi bisogna per forza di cose fare meglio che a Torino. Anche se difficilmente si potrebbe far peggio del flop registrato domenica scorsa sotto la Mole, al quale neppure la coda della pandemia ha saputo fornire un alibi credibile: 11 mila votanti, meno persino delle firme raccolte (16 mila). Eppure, in casa del Pd si sono convinti che le primarie di Roma e di Bologna saranno un successo, segneranno la riscossa del centrosinistra che si candida in entrambe le città a vincere la sfida delle prossime amministrative. Mah, sarà.

L'asticella

Non proprio trascurabile l'asticella fissata per l'affluenza. Domenica nella Capitale il Pd siaspetta almeno 50 mila votanti: nel 2016, dopo la traumatica caduta della giunta Marino, raggiunsero il punto basso, 46mila, fra mille polemiche e sospetti di schede dopate (con Marino erano stati ben 100 mila i votanti). Nel capoluogo emiliano sarebbe invece considerato un fallimento restare sotto la soglia dei 20mila, ipotesi considerata tuttavia improbabile il duello all’ultimo sangue tra Lepore e Conti ha infiammato il clima sotto le due Torri. Non a caso, già le registrazioni per il voto digitale fanno ben sperare, avendo gli iscritti online già superato quota 5mila. Al contrario di Roma, dove si sono femati a 2995, cioè meno di 3 mila via Spid. Due competizioni assai diverse, a Roma con vincitore già incorporato, ma a Bologna no… 

Due competizioni

Due competizioni dalle caratteristiche molto diverse. All'ombra del Colosseo il centrosinistra in procinto di misurarsi ai gazebo è una specie di ossimoro: largo (al tavolo del programma hanno partecipato, oltre a Pd e Leu, una pletora di formazioni minori e associazioni civiche, dalla sinistra-sinistra di Fassina ai cattolici di Sant’Egidio passando per comunità Lgbq ed ebrei) e al tempo stesso amputato, dal momento che il leader di Azione, Carlo Calenda, ha deciso di disertare le primarie per correre alle urne da solo, con l'appoggio di Italia viva. Il favorito ai blocchi di partenza è Roberto Gualtieri, candidato ufficiale del Nazareno in realtà senza rivali, sebbene alla sua candidatura si sia arrivati un po' a fatica. Letta, non è un mistero, avrebbe preferito lanciare nell'agone Nicola Zingaretti, ma i Cinquestelle con cui l'ex segretario dem governa il Lazio si sono messi di traverso, costringendo a tornare sull'ex ministro del Tesoro, prima e unica opzione rimasta veramente e sempre in campo.  

 Alle primarie Gualtieri dovrà vedersela con una serie di esponenti di secondo piano, ma il nome di Giovanni Caudo, ex di Marino, è insidioso. Potrebbe tenere Gualtieri sotto il 50% dei votanti.  

Bologna

A Bologna non c'è invece traccia di frammentazione, trattandosi di una gara a due. Più che una gara, una sfida all’ultimo sangue. Del resto, persino Romano Prodi, forse eccitato all’idea, ha detto: “alle primarie ‘deve’ scorrere il sangue”. Da una parte Matteo Lepore, l'assessore uscente che avrebbe dovuto essere il candidato sindaco predestinato all’uscente Virginio Merola; dall'altra, la sindaca di San Lazzaro Isabella Conti, lanciata da Matteo Renzi (anche se lei ha tentato in tutti i modi di smarcarsi dal suo padre politico ricordando la sua origine di sinistra). Il primo ha dalla sua la maggioranza del Pd (con tanto di gli endorsement di Prodi, Letta e Zingaretti) e la Coalizione Civica (rassemblement rosso-verde di sinistra). La seconda è sostenuta da Italia Viva e dalla parte del Pd che si riconosce nella corrente ex renziana di Base riformista più alcuni ex assessori e nomi della Bologna ulivista e prodiana che conta (Papini, Gualmini, etc.). Restano per ora a guardare sia Azione sia il Movimento 5 Stelle, che non parteciperanno alle primarie, riservandosi di decidere il da farsi quando si conoscerà il nome del vincitore. Anche se i grillini l'hanno già detto e Conte lo ha pure messo per iscritto con lettera al Resto del Carlino: l'alleanza si potrà siglare solo se vince Lepore. Loro, con la "pupilla" di Renzi non vogliono averci nulla a che fare. Ragion per cui domenica a Bologna non si sceglierà solo il candidato sindaco, si determinerà pure il futuro del patto giallorosso. In questo, saranno primarie curiose. Per la prima volta, le primarie non hanno un ‘campo’ della coalizione già precostituito e che resterà tale, ma che cambierà a seconda chi vince: se vince la Conti, M5s e sinistra radicale rompono con il Pd e se ne vanno per conto loro. Se vince Lepore, invece, entrambi sosterranno il candidato. Stranezze di primarie ormai sempre meno utili…. 

Sotto le due Torri le primarie spaccano il Pd

Quella di Bologna è anche la battaglia del Pd contro il Pd: il partito che guarda a sinistra e al M5S contro quello che punta al centro e ai moderati. Così i dem sono spaccati tra il candidato ufficiale Matteo Lepore, mai davvero abbracciato da un pezzo del partito che ha passato mesi a non volerlo, e la sfidante di Italia Viva Isabella Conti, che in quella frattura si è infilata con la spintarella di Renzi. La posta in gioco è "il futuro della sinistra” ha detto Enrico Letta, spiegando a Bologna che "la vittoria alle politiche passa da quella di Lepore ai gazebo". Una posta tanto alta da far schizzare a quasi 5mila, ieri sera, le registrazioni online per le primarie. Quattromila in più di quelle di Torino, per dire. O da far dire alla pasionaria della sinistra-sinistra italiana e bolognese Elly Schlein: "Nelle primarie si decide il destino di Bologna e della sinistra" (lei vota Lepore, ovviamente, si capisce…). Numeri che fanno pensare a una affluenza alta. Persino vertiginosa. A Torino, infatti, il voto online è stato il 10% di quello ai gazebo. Se si ripetesse la stessa proporzione, alle urne bolognesi arriverebbero 50mila votanti. Livelli impensabili, anche rispetto ai 21mila del congresso che elesse Zingaretti, e dei 28mila delle primarie alle comunali di dieci anni fa. Di sicuro, questa impennata fa sperare i fan di Conti. Oltre i 30mila infatti la sindaca di San Lazzaro ha speranze di vittoria. Sotto, molte meno. I sondaggi, coi bolognesi bersagliati di telefonate, ci sono, ma sui risultati circolano solo voci. L'ultima indagine, pure questa ufficiosa, è quello di Nomisma/Ixé, che dà al dem un vantaggio di 10 punti fino ai 28mila votanti. Oltre, la forbice si riduce. Dall'altra parte però Conti non s'arrende e nel suo staff si parla di mille voti di distacco. Morale, le uniche primarie vere sono a Bologna.

Fa caldo

“Fa caldo e gioca l’Italia”… Il Pd teme che i votanti alle primarie siano pochi e Gualtieri vinca male. Faranno 35 gradi e tanti andranno al mare. È il primo fine settimana in zona bianca. E poi che dire della “sfortunata concomitanza con la partita della Nazionale”? Il meteo e gli Azzurri: se domenica le primarie del centrosinistra capitolino non saranno il bagno di folla immaginato dal Pd romano e dal resto delle sigle della coalizione, sarà colpa del clima e del pallone. Almeno così dicono gli organizzatori che stanno rivedendo al ribasso le stime sull'affluenza. Fino alla scorsa settimana, le previsioni dem rimbalzavano a mo' di tormentone estivo: “Con 50 mila votanti sarà un successo, a quota 70 mila sarebbe un trionfo”. Da ieri il ritornello è cambiato: “Se voteranno in 40 mila saremo più che soddisfatti. Anche 35 mila”… Sempre meno. 
Meno di sicuro dei 42 mila che nel 2016 incoronarono Roberto Giachetti come sfidante della grillina Virginia Raggi. Insomma, dopo il flop di Torino, c'è il timore che la disfida dei 190 gazebo romani si chiuda con un'altra delusione. 
Le urne saranno aperte dalle 8 alle 21, saranno invitati a esprimere la propria preferenza anche i 16enni e gli oltre 3.000 (pochini) che, armandosi di Spid, si sono registrati alla piattaforma online. Ma sui numeri della competizione che darà al centrosinistra il nome del candidato sindaco la coalizione mette le mani avanti. Andrea Casu, segretario del Pd romano, ci scherza su: “Romani, è l'ora delle partenze intelligenti. Evitate il traffico e passate al gazebo”. 

I candidati

Messo da parte il pallottoliere, meglio concentrarsi sui candidati. Il Partito democratico ha un obiettivo: “Speriamo che Roberto Gualtieri arrivi sopra il 50%”. Ma per l'ex ministro del Tesoro la concorrenza è agguerrita. Oltre al rebus dell'affluenza (“le primarie arrivano dopo un anno di restrizioni. Questa condizione e il fatto che le facciamo a giugno inoltrato avranno un impatto sulla partecipazione”, dice l'ex titolare dell’Economia ci sono i soliti veleni del centrosinistra. Giovanni Caudo, presidente del III Municipio ed ex assessore all'Urbanistica, rischia di prendere più del 20% e – considerando gli altri nanetti che qualcosa pure prenderanno per puro dato statistico– di lasciare sotto il 50% Gualtieri. Caudo è forte e conosciuto, nei Municipi romani e ha trovato uno sponsor d'eccezione in Ignazio Marino, nella cui squadra è stato in giunta. Tornato a Roma dagli Stati Uniti per seguire le Comunali, l'ex primo cittadino ha messo subito nel mirino i dem e il loro candidato: “Gualtieri è della stessa corrente che portò i consiglieri a firmare le dimissioni e la fine della mia consiliatura dal notaio” premette subito. Dallo staff dell'ex titolare di via XX Settembre tagliano corto: “Roberto allora era in Europa”. Poi Marino insiste e affonda in un’intervista all’Espresso: “Il Pd è senz’anima, non si può salvare. E a Roma perderà”. Oggi si celebrano le primarie: alle sue parteciparono 110 mila persone. A Torino, la settimana scorsa sono andati in 12 mila contro i 53 mila della volta precedente. Adesso per Roma si parla di 50-30 mila. “Del 2013 ricordo che mi tranquillizzarono le file lunghissime ai seggi: io ero l’outsider, il candidato del Pd era David Sassoli, correva anche Paolo Gentiloni. Le file significavano che c’erano cittadini veri, non solo i partiti. Gente coinvolta anche dai confronti televisivi. Il fatto che stavolta il Pd abbia detto no ai confronti in tv, abbia tenuto così basso profilo e abbia chiesto di ritirarsi a tutti candidati dem che potevano mettere in pericolo la vittoria di Roberto Gualtieri, incluse donne come Monica Cirinnà, parla da solo. Ma come, prima fai la battaglia per le capogruppo donne e poi laddove c’è un vero ruolo di leadership, perché il sindaco di Roma è questo, dici: spostati perché c’è un maschio?. Il Pd è un partito senz’anima, alle primarie voterà meno di 20 mila persone, e Gualtieri non solo perde le elezioni ma non arriva al ballottaggio, che si terrà tra il centrodestra e la Raggi” chiude. Un vaticinio non impossibile, per quanto cattivo. La Raggi ha ancora lo zoccolo duro dei 5Stelle, il centrodestra è forte in tutte le rivelazioni e parte alto, a prescindere dal ticket Michetti-Martone e c’è sempre Carlo Calenda a rovinar la festa al Pd.

Gli altri partecipanti

Ma ecco gli altri partecipanti, alle primarie, dove appunto si rischia il grande flop nell’affluenza. Per la sinistra di “Liberare Roma” corre Imma Battaglia, volto storico delle battaglie Lgbt. Come nel 2016, c'è Stefano Fassina, deputato di LeU e consigliere comunale. Per il Psi si fa avanti l'ex 5S Cristina Grancio. Mentre il candidato di Demos, sigla legata a Sant'Egidio, Paolo Ciani. Tobia Zevi, presidente dell'osservatorio “Roma! Puoi dirlo forte”, è il candidato più giovane. 
I sette - per mesi definiti con malizia "nani" dal Nazareno - si vedranno oggi per l'ultimo confronto online. Un bis dopo la tavola rotonda di martedì allo Spin Time, il palazzo occupato e benedetto dal Vaticano: lì, in via Santa Croce in Gerusalemme, papa Francesco nel maggio 2019 inviò il suo elemosiniere polacco per riallacciare la corrente staccata per morosità. La scelta del centrosinistra ha scatenato un putiferio. "È stato un salotto da radical chic", ha detto la sindaca Virginia Raggi. Forse scordandosi che nel 2016 scelse il cinema Palazzo occupato per rastrellare voti. Poi, l'affondo di Matteo Salvini: "Un evento demenziale. Le primarie? Andranno come a Torino". Quindi Carlo Calenda: "È indegno. E ora i professionisti delle occupazioni mi minacciano sui social". Le ultime polemiche. Da domani sotto coi gazebo. 

Calabria

In Calabria c’è l’imprenditrice Ventura, per il patto Pd-M5s, la candidata che voleva Conte, ma il Pd è spaccato e il nome ‘chiacchierato’. Dopo un parto durato mesi, fra candidati ufficiali invitati al ritiro e nomi papabili bruciati sull'altare della guerra interna, il centrosinistra, con il Pd a rimorchio e Conte che impone il nome che voleva lui (donna e della società civile, non di sinistra), sembra arrivato ad una soluzione. Alle regionali, la candidata governatrice per Pd, M5s e cespugli del centrosinistra dovrebbe essere l'imprenditrice cosentina Maria Antonietta Ventura. Sarebbe stata lei la prescelta nella rosa di nomi che vedeva fra le papabili anche la magistrata Gabriella Reillo, bocciata da Conte in persona che di toghe in lista non ne vuol sapere, ma imprenditrici sì. Il condizionale è d'obbligo, però, perché l'accordo fra il segretario dem Enrico Letta e il capo politico dei 5s Giuseppe Conte c'è, la candidata rispetta le condizioni imposte dai pentastellati - una donna proveniente dalla società civile - ma buona parte del Pd - non solo quello calabrese - il nome della Ventura proprio non lo digerisce. In più, fanno notare alcuni, la scelta sarebbe sconsigliabile per motivi di opportunità. E in campagna elettorale assai ingombrante rischia di diventare la posizione del fratello di Ventura, Pietro. Socio e rappresentante della Francesco Ventura Costruzioni Ferroviarie Srl, come tale Pietro Ventura è imputato nell'inchiesta “Passpartout”, insieme a nomi noti della nomenclatura dem vecchia e nuova, a partire dall'ex governatore Mario Oliverio. Secondo la procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, a Cosenza l'assegnazione degli appalti era viziata da criteri che nulla avevano a che fare con la corretta amministrazione della cosa pubblica e Ventura era – per Gratteri, pm anti-ndrangheta - il “contraente privilegiato e beneficiario delle principali commesse in ambito ferroviario”. 

Malumori

Malumori di cui però la sorella a quanto pare non sa o non si cura. Parla da candidata e conferma: “ho accettato appena mi è stato proposto. Sono ancora frastornata e sto cercando di riprendermi. È una situazione completamente nuova nella quale devo cercare di calarmi al più presto”. La prima dichiarazione di intenti però è già pronta: “immagino una Calabria più semplice e fruibile per tutto, perché abbiamo le potenzialità per diventare il posto più bello del mondo. Una terra che già di suo è meravigliosa ma che deve diventare soprattutto vivibile, dove non deve essere tutto complicato. Qui da noi, e lo sappiamo bene, è complicato fare impresa, accedere in ospedale, portare i propri figli all'asilo, tutti temi sui quali si può e si deve lavorare”.  Peccato che secondo varie indiscrezioni, Letta abbia già dovuto convocare una riunione in fretta e furia a Roma per oggi pomeriggio. Obiettivo, tentare di tenere insieme il Pd calabrese e pure quello nazionale. Il barometro segna tempesta.  

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