Italy

Primarie Torino, vince Lo Russo per 300 voti: è lui il candidato sindaco

Di lui i sostenitori, ma anche gli avversari, dicono che «è da dieci anni che studia da sindaco». Stefano Lo Russo, 45 anni, gli ultimi cinque trascorsi sui banchi del consiglio comunale a capo dell’opposizione ad Appendino, dopo aver fatto l’assessore all’urbanistica nella giunta Fassino,è il candidato del centrosinistra, l’uomo investito dalle primarie del compito, non facile, di affrontare lo sfidante del centrodestra, l’imprenditore Paolo Damilano.

Professore ordinario di geologia al Politecnico, è nato a cresciuto nel quartiere Santa Rita, figlio di quella Torino nata dall’incontro-scontro tra Nord e Sud: padre meridionale e madre piemontese, di Villafranca Piemonte. Scuole dai salesiani dell’Agnelli, dove si è diplomato perito elettrotecnico: »I miei mi dissero: “Stefano, comincia a prenderti un diploma, dopo vediamo”, perché non sapevano se avrebbero potuto pagarmi gli studi». Poi la laurea con lode in geologia all’Università e l’inizio della carriera accademica, precocissima, nell’ateneo di corso Duca degli Abruzzi. Lo Russo ha una figlia adolescente, Beatrice, e sin da ragazzo ha coltivato due passioni: quella del calcio, che lo ha spinto a fare l’arbitro, e quella dell’impegno sociale e politico, che l’ha portato, da volontario internazionale, in America Latina con l’Operazione Mato Grosso di don Aldo Rabino, compianto cappellano del Toro (a dispetto delle opposte fedi calcistiche).

A trentuno anni Lo Russo è entrato per la prima volta, eletto nelle liste dell’Ulivo, in Sala Rossa. Lì, ha iniziato la sua lunga gavetta. «Mi candido – dice adesso - perché questa è la Torino che amo, dove sono cresciuto, in cui ho perseguito i miei ideali e i miei obiettivi». Precisino e deciso, come ogni professore che si rispetti, è stato spesso tacciato dai suoi detrattori di mancare di «empatia». La sua parola d’ordine è competenza.

«Il prossimo sindaco dovrà sapere amministrare una città che si trova ad affrontare un crisi senza precedenti: il Covid, la disoccupazione, la mancanza di prospettive. Dobbiamo avere il coraggio di ripartire. Fermarsi non è tra le opzioni. E la visione di Torino – assicura lo Russo - deve passare da un progetto di medio lungo periodo, da persone capaci, da una comunità che ritrovi se stessa». Dalla sua parte, oltre al popolo delle primarie, ci sono tre ex sindaci: Valentino Castellani, Sergio Chiamparino e Piero Fassino.

Nessuno, o quasi, tra i maggiorenti del Pd sembrava credere oltre un anno fa nella sua candidatura. Poco alla volta, grazie alla sua determinazione, Lo Russo è riuscito a costruire attorno a sé un consenso via via sempre più ampio: sia tra la base sia tra i dirigenti dem, quando al Nazareno si scommetteva sull’alleanza giallorossa attorno al nome del rettore del Politecnico Guido Saracco. Tanto che, adesso che Lo Russo non è più solo, gli scontenti della mancata intesa con il M5S provano ad accusarlo di essere diventato il candidato dell’«apparato». Lui, però, non demorde: «Ciò che fa la differenza non è l’ideologia, ma sono la competenza e la credibilità». Damilano? «Uno sfidante temibile. Ma un conto è gestire due ristoranti e un bar, un altro è amministrare una città come Torino».

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