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Processo a Freud, padre della psicoanalisi

Contestare l’inventore della psicoanalisi. Lei diventerà un bersaglio, lo sa?
Rosario Sorrentino, neurologo, autore di «Intervista esclusiva a Freud», in libreria con l’editore Vallecchi, indugia: «Sono consapevole di aver calpestato un campo minato. Me ne diranno di tutti i colori. Ma ormai è fatta».

Come è nata l’idea di un’intervista?
«Avevo pensato di scrivere una lettera aperta per esternare i mille interrogativi che mi pongo. In alternativa, ho scelto la chiave di un’intervista impossibile, tra colleghi. Seduti a un tavolino, ci diamo del tu».

Primo interrogativo?
«Capire perché oggi è permesso attaccare ogni aspetto della scienza, tra cui i farmaci, e non si possa muovere una critica garbata alla psicoanalisi senza incorrere in una scomunica. Paradossale. Così ho cercato di entrare nel mondo di Freud».

Lei parte con preconcetti, lo tratta da Grande Impostore.
«Penso che la psicanalisi sia un’esperienza della mente molto affascinante, però alcuni disturbi potrebbero essere curati velocemente senza la necessità di sdraiarsi per anni sul lettino a parlare di passato e sogni col risultato di non avere strumenti pratici per alleviare la sofferenza».

Freud che cosa ribatte?
«Mi accusa di appartenere a quell’ala biologica, organicista che ritiene di risolvere tutto con la pillolina miracolosa e chissenefrega dell’ascolto, della possibilità di esprimere insicurezze e sentimenti a qualcuno. Mi deride per essere a favore delle terapie cognitivo comportamentali, rapide, che promettono tutto e subito. Scorciatoie, le chiama. Secondo lui equivale a dire al nostro Inconscio sbrigati, non ho tempo da perdere».

E invece?
«Ci sono analisti dotati di grande empatia grazie alla quale sviluppano un ottimo rapporto con i pazienti e ottengono risultati. Nei nostri studi però vediamo tante persone indebolite da anni e anni di lettino, cronicizzate».

Ha faticato a trovare un editore?
«Forse aver osato mettere in discussione un totem non è stato ritenuta una buona scelta editoriale».

Però lei Sigmund lo tratta davvero male. Gli rinfaccia di aver coltivato una pseudoscienza, di avere una visione sesso-centrica, di attribuire ai sogni importanza che non hanno, di essere un narciso debordante...
«Freud è stato geniale, ha acceso la luce sul disagio mentale e sul rispetto che merita ma la sua Dottrina andrebbe restituita alla filosofia umanistica. Ha intuito che nella vita mentale l’inconscio prende il sopravvento nell’orientare azioni e comportamenti. Però, come scrive nell’appendice lo storico della medicina e bioetico Gilberto Corbellini, non è improbabile che tra un secolo le idee di Freud saranno un caso di pseudoscienza storicamente conclamato».

La psicoterapia veloce non pecca di eccessiva fretta?
«Alternative? Lasciare che i pazienti restino in analisi perpetua? Altre psicoterapie abbinate alla farmacologia danno la possibilità a tanti di scoprire e utilizzare le loro risorse per uscire dal recinto della sofferenza. La demonizzazione sistematica della pillola non è giustificata. Il farmaco non è né buono né cattivo, basta usarlo in modo responsabile».

La psicoanalisi non è una cura?
«Non come la intendono loro. È un’opportunità di crescita, l’occasione di rivedere la biografia personale. Altro è ricreare l’equilibrio biologico che si è modificato».

Come finisce il libro?
«All’inizio Freud è sulle sue, poi si trasforma in un personaggio sfuggente. E quando gli propongo di riavvicinarsi alle neuroscienze non dice di no».

Che cosa si prova a incontrare Freud?
«Profonda simpatia. Alla sua epoca non c’erano i mezzi diagnostici odierni. Se fossimo appartenuti alla stessa epoca probabilmente ci saremmo trovati vicini. In ogni caso è molto più colto dei suoi seguaci di oggi».

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