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Processo Ghota, per scavare più a fondo, la dda di Reggio Calabria ha bisogno della politica

Il processo “Ghota” arriva a sentenza di primo grado: continua l’estenuante lavoro di “scavo” della dda di Reggio Calabria guidata dal dott. Bombardieri, nonostante tutto. Osservo con grande rispetto il lavoro della dda di Reggio Calabria da diversi anni ed è come osservare una di quelle gigantesche frese che vengono adoperate per preparare i tunnel delle metropolitane. Uno scavo profondo, lontano dalla superficie dei luoghi comuni e degli stereotipi con i quali spesso si rappresenta il crimine organizzato di stampo mafioso. Un lavoro che deve fare i conti con ostacoli di ogni tipo: dalla resistenza opposta dalla roccia medesima, alla manomissione della stessa fresa.

Fuor di metafora.

Il lavoro della dda di Reggio Calabria ha il merito di non perdere mai di vista il crimine essenziale di una organizzazione mafiosa che non è il traffico di droga, non è nemmeno l’omicidio e nemmeno l’estorsione: il crimine essenziale della mafia è l’eversione dell’ordine democratico. La mafia è mafia e non soltanto organizzazione a delinquere, se e fintanto che agisce per esercitare il proprio potere nella sfera pubblica, dirottando in vario modo la formazione stessa della decisione da parte delle Istituzioni. Che lo faccia attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo o lo faccia attraverso la capacità sistematica di corrompere non dovrebbe fare differenza, perché medesimo è il fine: occupare abusivamente quote di potere pubblico, presidiandole da quel momento anche attraverso quella famigerata “riserva di violenza” che resta un altro carattere costitutivo del modo mafioso di organizzare il crimine.

Il lavoro della dda di Reggio Calabria, pur sapendo di muoversi su un crinale scivoloso, sta inseguendo questa mafia, ovunque, anche fuori dai confini nazionali. Una mafia che dopo la stagione delle stragi degli anni ’90 ha imparato la lezione e spara molto meno o quanto meno tiene il tiro più basso. Ci sono alcune cose che la politica potrebbe fare per sostenere questo necessario lavoro di scavo (oltre alla riforma del processo penale…): riformare la “Legge Anselmi”, pretendere dagli Emirati Arabi l’estradizione immediata di Amedeo Matacena, inaugurare il nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria. Andiamo con ordine: la così detta “Legge Anselmi” venne scritta con grande malizia per non funzionare o funzionare raramente e la “manina” che si adoperò allo scopo fu molto sofisticata ed altolocata. Secondo la nostra Costituzione infatti, sono proibite tutte le associazioni segrete, proprio in quanto segrete e questo solo fatto dovrebbe essere dimostrato per integrare il reato, così ad oggi non è. Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per concorso esterno, a quanto sappiamo vive da latitante alla luce del sole a Dubai dal 2014 e per lui sta per scattare l’estinzione della pena per mancata esecuzione (altro che prescrizione!).

Capisco che i rapporti tra Italia ed Emirati oggi non siano dei più sereni e che l’estradizione di Matacena non riesca a mobilitare le energie governative che si sono mobilitate per riattivare il commercio di bombe, però un poco di più che niente sarebbe apprezzato. Infine, visto che la forza della mafia sta anche nei simboli che riescono a rappresentare l’aria che tira più di tante parole, è inaccettabile che il nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria sia ancora un cantiere inconcluso. Qualche anno fa per raggiungere gli uffici provvisori della dda di Reggio Calabria, situati al sesto piano del centro direzionale, bisognava letteralmente attraversare una batteria di cessi: mi auguro che a questo almeno si sia nel frattempo posto rimedio.

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