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Quando Atene disse "No" all'invasione italiana: la disastrosa campagna fascista di Grecia

TRENTO. Il 28 ottobre 1940, alla consegna dell’ultimatum da parte dell’ambasciatore italiano Emanuele Grazzi, il dittatore greco Iaonnis Metaxas oppose un fermo “no”. Le istruzioni da Roma al proprio rappresentante diplomatico ad Atene erano di comunicare l’imminente passaggio delle truppe italiane per il territorio ellenico, così da combattere le truppe inglesi nel Mediterraneo. Da parte sua, però, la Grecia rispose con veemenza ed entusiasta diniego: se il Regio esercito avesse voluto attraversare la penisola in direzione dell’Egeo avrebbe dovuto combattere. Il “No” di Metaxas significava guerra. E guerra fu.

Tuttora, in Grecia, il 28 ottobre è festa nazionale. Il “Giorno del No” celebra proprio la compatta opposizione del popolo ellenico all’invasione italiana e fascista. La popolazione, infatti, nonostante la scarsa adesione al regime di Metaxas si compattò attorno alle proprie forze armate, manifestando loro entusiastico sostegno. Quella greca, nondimeno, non è l’unica giornata che nel mondo ricorda le “imprese” coloniale o imperialiste italiane, su tutte lo Yekatit 12 in Etiopia, commemorazione della strage di Addis Abeba impunemente condotta dagli italiani contro la popolazione civile a seguito del fallito attentato al viceré Graziani (QUI l’articolo).

Le premesse della campagna italiana di Grecia affondano ancora nel primo dopoguerra. Il Regno d’Italia, nella guerra contro l’Impero turco per il possesso della Libia (1911-1912), ha occupato le isole greche del Dodecanneso. Occupato anche l’Epiro settentrionale, l’Italia si trova così a discutere i confini territoriali con la Grecia, arrivando ad una crisi tanto profonda da provocare l’occupazione nel 1923 dell’isola di Corfù. A scatenarla, l’uccisione dei membri di una commissione italiana giunti in Epiro per stabilire i confini fra Albania e Grecia.

I rapporti, già piuttosto tesi e caratterizzati da più o meno gravi incidenti, peggiorarono notevolmente con l’occupazione vera e propria dell’Albania, fino a quel momento legata a doppio filo con Roma. Nell’aprile 1939, a seguito dell’occupazione tedesca della Cecoslovacchia, Mussolini ordinò l’invasione del piccolo Stato balcanico. I piani di invasione della Grecia, già approntati in quell’anno, ebbero poi modo di trovare compimento nell’ottobre del 1940, ancora una volta come risposta del dittatore italiano al protagonismo espansionistico tedesco. L’entrata delle truppe del Reich in Romania, giustificata con l’accesso ai pozzi petroliferi di Ploieşti, spinse Mussolini al passo decisivo: la Germania nazista si sarebbe dovuta trovare di fronte al fatto compiuto di una Grecia sottoposta al controllo italiano. Così, come noto, non fu.

I piani di invasione italiani, infatti, già in nuce contenevano non pochi problemi. A riguardo del fallimento greco, lo storico militare Giorgio Rochat individua tre chiavi di lettura: in primis v’è l’arroganza di Mussolini, convinto di poter decidere di testa propria, a prescindere dalle opinioni dei vertici militari – per lo più contrari, anche se compiacenti verso il capo del regime. Le vittorie in Etiopia e Spagna avevano infatti convinto il duce della propria infallibilità.

In secondo luogo ci fu “l’ostinato rifiuto delle buone informazioni esistenti sull’esercito greco”. Le informazioni giunte da Atene vennero sommerse dal coro di voci favorevoli all’invasione, su tutte quella del ministro degli Esteri Galeazzo Ciano e del comandante delle truppe italiane in Albania Sebastiano Visconti Prasca. Sottostimando la volontà di resistenza dei greci, Mussolini non ritirò nemmeno l’ordine di smobilitazione di 600mila uomini decisa per l’inverno ad inizio ottobre. Sprezzantemente, il 12 ottobre aveva dichiarato di fronte al proprio genero Ciano di essere pronto a dare “le dimissioni da italiano se qualcuno avesse trovato delle difficoltà per battersi contro i greci”.

In terzo luogo, come accennato prima, i vertici militari si dimostrarono acquiescenti alla ferrea volontà del duce, rinunciando a opporre i propri dubbi e la propria esperienza. Le forze in campo, palesemente insufficienti, contavano 140mila militari stanziati in Albania, con 8 piccole divisioni complete di uomini ma non di mezzi. Solo la metà di queste fu poi effettivamente utilizzata nell’attacco, arenatosi dopo poco più di una settimana per colpa delle pessime strade e delle forti piogge. La divisione alpina Julia, unica in grado di penetrare in profondità in territorio greco, visto anche l’addestramento per combattere su terreni montuosi, sarebbe stata di lì a breve accerchiata dai greci. A metà novembre, l’esercito ellenico dava avvio alla controffensiva, costringendo il Regio esercito a ripiegare nel suo stesso territorio albanese.

La campagna di Grecia, dunque, si risolse in una disfatta. Le perdite raggiunsero le 13.755 unità, i 50.874 feriti, i 25.067 dispersi, i 52.108 ammalati e i 12.368 congelati, per un totale di 154.172 perdite (Rochat). Il tentativo di invasione, senza l’ausilio dell’alleato tedesco, fallì un’altra volta nel marzo del 1941. Fiaccati dalla guerra con gli italiani, i greci si arresero ai tedeschi in aprile. Solo l’intervento di Mussolini presso Hitler, tra l'altro, garantì di contro al parere di Atene che anche l’Italia venisse inclusa nell’armistizio.