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**Quirinale: la corsa al Colle, dall’intesa su De Nicola alla rottura del Patto del Nazareno** (13)

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(Adnkronos) – La caduta del Muro di Berlino, lo scoppio di Tangentopoli, il crollo dei partiti tradizionali alle elezioni politiche del 5 e 6 aprile 1992 con la contemporanea ascesa della Lega, sono lo scenario che nella primavera di quell’anno fa da sfondo all’elezione del Capo dello Stato.

Il Parlamento si riunisce il 13 maggio, dopo che Cossiga ha lasciato il Quirinale con due mesi di anticipo per favorire l’avvio della legislatura, al culmine di due anni che lo hanno visto protagonista di ripetuti appelli, per lo più inascoltati, ignorati e accolti con fastidio, avanzati in diverse forme, come anche l’invio di un messaggio alle Camere, per sollecitare “la grande riforma di cui c’era bisogno per schivare la grande crisi che stava per esplodere”.

Tutti i partiti si presentano ai blocchi di partenza con nomi di bandiera, con la Dc e i partiti suoi alleati intenzionati ad esprimere un loro candidato, pur contando su numeri esigui a disposizione. Ancora una volta a determinare la partita sono le divisioni interne alla Democrazia cristiana, dove si fronteggiano Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti, rispettivamente segretario del partito e presidente del Consiglio, con il primo guardato con favore anche dai Socialisti, convinti che una sua ascesa al Colle favorirà il ritorno di uno di loro a palazzo Chigi.

Pochi giorni prima delle votazioni, i due si incontrano e “io –ha raccontato più volte Paolo Cirino Pomicino, all’epoca fedelissimo andreottiano- ebbi la fortuna di trovarmi da solo con tutti e due. E scherzando dissi: ragazzi, voi vi dovete mettere d’accordo. Andreotti rispose: Paolo, se il candidato è Arnaldo, la mia candidatura non c’è’. E Forlani ripetè: ‘No, se il candidato è Giulio, la mia candidatura non c’è’”. Una scena immortalata anche nel film ‘Il Divo’ di Paolo Sorrentino.

“Nel nostro linguaggio, voleva dire -è la chiosa di Pomicino- che tutti e due si candidavano”.

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