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Italy

Rabbia contro disillusioneL’assalto di Salvini al «modello» riformista

in Emilia Romagna il Pd è in crisi di voti. Ma il leader leghista, esagerando, potrebbe mobilitarlo

di Aldo Cazzullo, inviato a Bologna

Tra Salvini e la clamorosa rivincita c’è un solo ostacolo: Salvini stesso. Il vento di destra spazza anche la più rossa delle Regioni: stasera la sinistra rischia davvero parecchio. Ma Salvini, alla ricerca del riscatto dopo la caduta estiva, sta esagerando. Dopo la sceneggiata del citofono, al Pilastro c’è stata una fiaccolata con 500 persone, guidate dal sindaco di Bologna Merola che è cresciuto qui e torna talora a trovare l’anziana madre: «Non è vero che siamo un ghetto!». Ieri il capo della Lega ha annullato il suo pranzo bolognese da 150 invitati presso Il Pirata del Porto, sostenendo che il ristoratore aveva ricevuto minacce; ma il suddetto pirata ha smentito, «siamo chiusi per guasto, una fuga di gas». Ecco, l’unica speranza per il Pd è che, a forza di chiamare un referendum su di sé, Salvini finisca per mobilitare gli elettori di sinistra disillusi, distratti, in passato tentati dai 5 Stelle, che potrebbero tornare alle urne per fermare l’invasore milanese.

Lucia Borgonzoni — cresciuta tra il Dams, i centri sociali e i punkabbestia — non si vede quasi mai. Oggi dovrebbe raccogliere non molto più degli 850 mila voti che prese Anna Maria Bernini cinque anni fa. Sono i voti di sinistra a essere crollati: nel 2005 Vasco Errani ne aveva più di un milione e mezzo; nel 2010 scese sotto un milione e 200 mila; ora negli ultimi sondaggi Stefano Bonaccini insegue. Ha chiuso la campagna in musica, con il figlio di Pierangelo Bertoli e quello di Raoul Casadei, l’impegno «a muso duro» e la mazurca di periferia. Qualcuno lo racconta impazzito per amore, o per una crisi di mezza età: il presidente gira senza calzini — a gennaio —, t-shirt bianca al posto della camicia a fasciare i muscoli da culturista, occhiali a goccia, barba grunge e abbigliamento da discoteca. Basterà a intercettare la mutazione antropologica del giovane emiliano e romagnolo, tutto tatuaggi e mojito, più simile al Salvini del Papeete che al nonno comunista e al papà democratico?

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La gaffe di Borgonzoni

La Regione del resto non è mai stata monolitica. Non è neppure mai stata unita, bensì divisa tra duchi e Papi. Non va pensata in termini Nord-Sud, come si fa di solito per l’Italia, ma Est-Ovest: dal ducato di Parma e Piacenza, avvolto nelle nebbie lombarde, dove si mangia polenta condita con il burro, al mare e al sole di Rimini, dove si mangia pesce condito con l’olio. Restano rosse le province più ricche: Reggio rivitalizzata dall’alta velocità, la Modena dei prodigi — Vasco e la Ferrari, Pavarotti e Bottura il più grande cuoco al mondo —, Bologna capitale. La Lega conquista le zone di confine: a Bettola, il paese di Bersani, è al 57%; a Goro, il paese di Milva sotto il delta del Po, è al 64; Salvini sfonda nella Romagna un tempo anticlericale e anarchica, e sull’Appennino.

«A dire il vero, la montagna non è mai stata comunista. Semmai Dc» spiega uno che sull’Appennino è nato ed è tornato: Francesco Guccini. «A Pavana, il mio borgo, il sindaco era democristiano; ora è di sinistra. Grazie anche agli elfi, duecento hippy venuti ad abitare le baite abbandonate: siccome hanno il numero civico, votano, e non certo a destra. Io invece voto a Bologna e farò il mio dovere, anche se è durissima. La propaganda di Salvini è martellante, ha speso pure un sacco di soldi. A Suviana, il paese sul lago dove vado d’estate, non trovi uno che non abbia fatto il selfie con lui».

«È impressionante: dove passa Matteo, il paese cambia segno» conferma Claudio Borghi, l’economista della Lega che è qui a Bologna per Artefiera, vestito da collezionista, maglioncino beige sotto giacca scozzese. «Le appartenenze sono saltate. Tutti vanno a farsi la foto con lui, e si affrettano a postarla: «Matteo è amico mio, e io lo voto». Un sindacalista Cgil, Cristian Lanzi, da due mesi in malattia, non ha resistito ed è andato in piazza a Minerbio per un selfie con il Capitano: il padrone l’ha visto in tv e l’ha licenziato.

Ovviamente non è solo questione di propaganda. Dice Guccini che, a prescindere dal risultato di oggi, «è finito il modello emiliano»: partito, sindacato, cooperativa, municipalizzata, cassa di risparmio, Arci, Casa del Popolo, a Pavana sorta direttamente nella Casa del Fascio. Ora le municipalizzate si sono fuse in giganti tipo Hera e Iren, le Coop non hanno più l’esclusiva degli appalti, le casse di risparmio — erano 19 — sono fallite o sono state inglobate dalle grandi banche milanesi, come la fiera del mobile e quella dell’edilizia; non si fa più neanche il Motor Show. «Ma il punto vero — sintetizza Guccini — è che non c’è più il Partito comunista». Non c’è più «il capitalismo gestito da noi». E non c’è più neppure quella «subcultura rossa», come la chiama Salvatore Vassallo, il direttore dell’Istituto Cattaneo, per cui anche chi non era di sinistra subiva l’egemonia di un modo di organizzare l’economia, la società, il tempo libero. «L’agenda del Pd è complessa: ambiente, sostenibilità, innovazione, diritti civili — nota Vassallo —. Quella di Salvini è semplicissima: gli immigrati sono troppi; prima gli italiani».

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Sfida accesa

Non solo il modello emiliano è finito; di questo passo finiranno pure gli emiliani. Trent’anni fa Bologna aveva 430 mila abitanti, e l’80% era nato in Emilia-Romagna. Oggi ne ha 380 mila, e quasi metà viene da fuori; gli stranieri sono aumentati del 616%. Nel 1987 duecento giovani bolognesi emigrarono all’estero; oggi emigrano 1.200 all’anno, «quasi tutti laureati e di sinistra» fa notare Filippo Andreatta, direttore del dipartimento di Scienze politiche dell’università di Bologna, figlio di Beniamino inventore dell’Ulivo.

Andreatta è rimasto colpito dal modo in cui Salvini ha raccolto consenso usando e dissacrando il mito emiliano per eccellenza: il cibo. «In altri tempi un politico che si fosse fatto fotografare mentre mangiava i tortellini con il sugo di salsiccia sarebbe stato messo ai margini della comunità. Salvini invece ha infranto tutti i tabù del luogo. Di solito ogni città emiliana è gelosissima delle sue specialità, e odia quelle delle altre. Lui ha mangiato anolini a Parma, tortellini a Modena, cappelletti a Forlì senza che nessuno si risentisse, tranne forse il suo colesterolo. Ha baciato culatelli, prosciutti, mortadelle, nel tripudio generale. Il messaggio non poteva essere più chiaro: sono uno di voi. Anche se è milanese. Tutti dicono che Bonaccini ha governato bene; ed è vero. Ma nella storia talora gli uomini non vogliono scegliere come essere governati, ma da chi essere governati».

Fabio Roversi Monaco, che dell’università è stato rettore per quindici anni, voterà per la prima volta Pd in vita sua; proprio ora che per la prima volta forse il Pd perde. Guazzaloca c’entra poco; in fondo era un vecchio democristiano. «La Borgonzoni è il nulla. Non ho mai avuto il piacere di firmare una sua laurea — nota Roversi Monaco —. Bologna tiene, perché le cose vanno bene: la Philip Morris ha investito qui, l’Audi pure, la Lamborghini si è rilanciata». Pure lo sport dà soddisfazioni: l’Emilia ha quattro squadre in serie A, la Virtus è in testa al campionato di basket. «Bonaccini ha l’appoggio della Curia del cardinale Zuppi e della Confindustria delle dinastie, i Vacchi, i Seràgnoli. Ma basta uscire fuoriporta per vedere la base sociale sgretolarsi». Non ci sono più gli artigiani rossi: i figli non hanno voluto saperne di restare in bottega, sono andati in università a farsi firmare la laurea da Roversi Monaco, «ma abbiamo troppi sociologi e pure troppi avvocati». Si vota a destra anche per frustrazione. La partita resta aperta, il parossismo è tale che Salvini raccomanda a tutti di fare due croci, non solo sul simbolo della Lega ma pure sul nome della Borgonzoni; teme che gli scrutatori comunisti traccino di nascosto la croce mancante su Bonaccini, e spostino così quelle poche migliaia di voti cui sono appese stanotte l’Emilia, la Romagna, e l’Italia.

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