Italy

Recovery Fund, a 40 anni dal terremoto dell’Irpinia vale la pena rischiare per il Sud?

di Milena Gabanelli e Francesco Tortora

Succedeva esattamente 40 anni fa e fu «Il terremoto più costoso della storia». Doveva essere la grande occasione per integrare l’economia meridionale in quella nazionale e colmare il gap che divide Nord e Sud, grazie ai 52 miliardi di fondi statali. Invece l’industrialismo forzato, ideato da una classe dirigente corrotta e inadeguata, è riuscito ad allargare ulteriormente il divario e condannato il Pil nazionale alla stagnazione. Oggi il Covid ha messo tutti in ginocchio. Il Recovery Fund e i suoi finanziamenti a fondo perduto, circa 82 miliardi di euro su un totale di 209 miliardi (erano a fondo perduto anche i soldi per la ricostruzione post-sisma), sono presentati come la soluzione a tutti i mali, ma i progetti su come utilizzare i fondi europei al momento sono solo un elenco di buoni propositi. Certo è che per rilanciare l’economia italiana deve esserci un’idea di integrazione del Mezzogiorno, e quindi ricordare come andò a finire negli anni 80, può aiutare a non commettere gli stessi errori.

I numeri della tragedia

I numeri del terremoto furono catastrofici: 2.914 morti, 8.848 feriti, 280 mila sfollati. Il sisma rase al suolo otto Comuni (Castelnuovo di Conza, Conza della Campania, Laviano, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Senerchia, Calabritto e Santomenna) e colpì un’area complessiva di 17 mila km2 tra le più povere d’Italia. I soccorsi non furono immediati, scoppiò l’indignazione e l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini invitò gli italiani a mobilitarsi. In mancanza di un adeguato servizio di Protezione Civile gli italiani risposero, come al solito, con grande solidarietà e decine di migliaia di volontari accorsero per sobbarcarsi, - come scrisse Ettore Mo sul Corriere - «il lavoro più ingrato: raccogliere i cadaveri, adagiarli nelle bare». Dall’estero arrivarono personale specializzato, unità militari e oltre 500 miliardi di lire. I principali donatori furono gli Stati Uniti con 70 milioni di dollari, la Germania con 32 milioni, l’Arabia Saudita con 10 milioni, l’Iraq di Saddam Hussein con 3,1 milioni e Algeria 500 mila dollari.

La ricostruzione

Il Decreto del Presidente del Consiglio firmato il 13 febbraio del 1981 da Arnaldo Forlani individuava 36 paesi completamente distrutti e 280 con danneggiamenti più o meno gravi. Ma presto «il partito unico della spesa pubblica» fiutò l’affare della cementificazione del territorio e decise di sfruttare «l’economia della catastrofe». La lista dei centri che reclamavano aiuti fu allargata fino a contare ben 687 Comuni (37 «disastrati», 314 «gravemente danneggiati» e 336 «danneggiati»). Migliaia di cittadini riuscirono a ottenere finanziamenti per case che non avevano mai posseduto o in cui non avevano mai abitato (furono registrate 5 mila denunce di cui il 62% poi archiviate) . La strategia politica era chiara: non bisognava solo restituire una casa a chi l’aveva persa (la legge 291/1981 garantiva agli sfollati il diritto a un’unità immobiliare), ma trasformare l’area colpita dal terremoto in una zona di sviluppo industriale. Diversi esponenti politici nazionali, Ciriaco De Mita, Salverino De Vito, Paolo Cirino Pomicino, Antonio Gava, Vincenzo Scotti, Clemente Mastella, Francesco De Lorenzo e Giulio Di Donato, erano originari dei Comuni «danneggiati» e preferirono puntare su un sistema di assistenzialismo clientelare che aveva buon gioco in un territorio storicamente povero, depresso e adesso anche «terremotato».

Gli scandali

Furono individuate 20 aree da destinare agli impianti industriali e costruiti altrettanti distretti: investimento complessivo per 8 miliardi di euro. Il Ministro Vincenzo Scotti affidò il compito di cementificare le alture appenniniche a 13 consorzi di costruttori (molti dei quali anni dopo furono coinvolti in Tangentopoli). Tante delle infrastrutture si rivelarono non solo inutili e dannose per l’ambiente (il fiume Ofanto fu deviato, le cave per l’estrazione dei materiali sorsero senza controllo e il paesaggio fu devastato), ma anche onerosissime (la strada a scorrimento veloce Fondovalle Sele SS91 terminata nel 2000 passò dagli iniziali 123 miliardi a 900 miliardi di lire). Alle aziende pronte a investire fu garantito il 75% di finanziamenti a fondo perduto. Alla fine 268 imprese ricevettero fondi statali promettendo l’assunzione di 14.231 addetti, ma oltre la metà, dopo aver intascato i soldi, o non iniziarono le attività o dichiararono fallimento a distanza di pochi anni. Oggi restano poco più di un centinaio in attività. Il caso più eclatante fu quello della IATO, società di La Spezia che percepì 10 miliardi di lire di finanziamenti statali per produrre fuoristrada con motori Fiat e carrozzeria in vetroresina a Lioni (Avellino), ma nel 1991 chiuse per fallimento. Anni dopo si scoprì che l’azienda aveva usato il sottosuolo irpino per sversare rifiuti pericolosi come la polvere di arsenico proveniente dagli altiforni liguri, e lo Stato ha dovuto sborsare altri 5 miliardi per la bonifica. La maggior parte dei fondi fu amministrata in maniera non ufficiale dalla «Banca Popolare dell’Irpinia» che aveva tra soci e azionisti oltre 10 membri della famiglia De Mita e diversi collaboratori della DC. La banca quintuplicò i depositi in 4 anni e nel 1987 generò dividendi altissimi.

Il fallimento e il ritorno dell’emigrazione di massa

Il fallimento dell’industrializzazione forzata dell’area, oltre a pesare sulle casse dello Stato, ha dato il colpo definitivo all’immagine del Mezzogiorno. Da allora, dall’agenda pubblica è scomparsa la «Questione meridionale», gli investimenti pubblici sono crollati ed è ripartito il fenomeno dell’emigrazione che si era arrestato negli anni ‘70. Dal 2000 sono andati via dal Mezzogiorno oltre 2 milioni di persone, il 72% dei quali aveva meno di 34 anni (spesso giovani laureati e formati nelle università meridionali che emigrano all’estero) e il trend sembra inarrestabile. Senza un’inversione entro il 2065 la popolazione in età da lavoro al Sud diminuirà del 40% (con 5,2 milioni di cittadini in meno).

Conclusioni

Se all’indomani del terremoto dell’80 - scrive Stefano Ventura in Storia di una ricostruzione - si fosse investito in settori come l’agroalimentare e il vinicolo, l’agroindustria, l’artigianato e le energie alternative, seguendo la vocazione territoriale, i risultati sarebbero stati ben diversi. Lo dimostrano le esperienze degli stabilimenti Ferrero e Zuegg lanciati in Irpinia e nel Potentino nel periodo post-terremoto. La Ferrero ha sì ricevuto 80 miliardi di lire di fondi pubblici, ma oggi conta due stabilimenti, a Sant’Angelo dei Lombardi (Av) e Balvano (Pz), tra i più produttivi del Mezzogiorno. La multinazionale di Alba ha puntato su un’eccellenza del territorio (le famose nocciole irpine) e ora impiega un numero di addetti superiore alle previsioni iniziali. Stesso discorso per la Zuegg, azienda specializzata nella lavorazione della frutta che dal 1986 ha scelto Luogosano (Av) come territorio d’eccellenza per la produzione di succhi e confetture: lo stabilimento oggi dà lavoro a 125 persone.

Il Green New Deal promosso dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen - scrive lo Svimez - può essere l’ opportunità di rilancio per il Sud che potrebbe diventare «la piattaforma verde del Paese». Inoltre non sono da sottovalutare le potenzialità del «lavoro agile», che già ora sta favorendo il ritorno di forza lavoro al Sud (South Working). Infatti non è pensabile che l’economia italiana decolli tirandosi dietro un pezzo di Paese che vive di sussidi e reddito di cittadinanza.

Il pericolo di sprecare gli 82 miliardi a fondo perduto del Recovery Fund con investimenti che seguono logiche prettamente assistenziali, o elettorali però è sempre in agguato. Le mafie hanno esportato il modello ramificandosi in tutto il Paese, e sostengono la politica peggiore. Se la accontenteremo anche stavolta, nessuno potrà più assolverci.

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