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Renato Zero: canto l’amore e la protesta contro il blackout del Covid

«Sono vivo ma massacrato», dice Renato Zero che venerdì 30 ottobre pubblica il secondo album di Zerosettanta, imponente trilogia discografica che celebra i suoi settant’anni inaugurata lo scorso 30 settembre con l’uscita del terzo capitolo il giorno del suo compleanno. Il 30 novembre quest’opera pop si concluderà con la pubblicazione del terzo capitolo. Un percorso a ritroso che ricorda il conto alla rovescia con il quale i sorcini accolgono il loro re sul palco. E, anche se Zero sottolinea che tutti e tre gli album contengono «messaggi disparati», questa volta si parla tanto d’amore. « È la corsia preferenziale di questi tre dischi tanto che l’amore mi ha chiesto: quanto te devo? perché m’hai fatto una promozione esagerata - scherza e aggiunge - La mia paura insieme a tanta speranza sono gli ingredienti dell’intero progetto che ho fatto per fottere il Covid». Però ammette: «Questo è il disco dell’amore, ma è un amore spesso bugiardo, taciuto, non è esclusivo di due persone, gode di una trasversalità... fa parte di un bagaglio mio in cui cerco di rappresentarmi raccontando i diversi modi di entrare dentro i sentimenti, andandoli a scavare, anche rendendoli crudi. Do spazio pure a certe perversioni non omologate né omologabili, senza giudizi. Se uno vive la propria libertà e la propria morale senza ledere la libertà altrui, manette e bondage sono lecite. Anche la denuncia è amore, in Vergognatevi voi, la mia personale dedica alla politica italiana, c’è una prospettiva d’amore. Mi piacerebbe che i politici andassero in periferia a mangiarsi una pasta e fagioli fatta con passione esemplare e tocchino con mano cosa significa il disagio, il distacco dalla realtà, la paura di riuscire a non sfamare i propri figli».

Il Covid

Parlare del presente è inevitabile: «Prima di chiudere il paese bisognerebbe che si aprissero aiuti, collaborazioni, sarebbe necessario lo sforzo della sanità per andare incontro alle persone. Le file per andarsi a fare i tamponi, tutte quelle le bare caricate sui camion militari non sono un bello spettacolo. Non mi manca niente, ma se penso che in quaranta metri ci sono sette persone che condividono un ossigeno pure avvelenato ci sto male, perché sono italiano e perché vengo dai quei quaranta metri con tre sorelle, un fratello, mio padre e mia madre a respirare lo stesso ossigeno... che fra l’altro era benedetto e lo è ancora oggi, perché la famiglia ci preserva da questo isolamento». Tira fuori un quaderno di appunti e legge: «Non ci sono vaccini per la solitudine e la depressione. Una canzone, una rappresentazione teatrale, un buon film, un’opera sinfonica si dice che guariscano l’anima… contrariamente a quello che ha detto un idiota di parlamentare secondo il quale la musica non serve e non dà da mangiare». Spiega: «Dietro di noi c’è una manovalanza, persone con uno sforzo e una generosità encomiabile. Io mi sto adoperando per dare il mio contributo a loro e alle famiglie. Però mi piacerebbe che questo governo si mettesse una mano sulla coscienza perché c’è un universo di persone che se non lavorano tutti i giorni non vivono. Organizzare eventi, anche piccoli, rappresenterebbe una forma di preservazione: quando lo spirito sta bene l’ingerenza esterna, anche di un virus, fa più fatica ad affermarsi. Stare a casa è pericoloso, la gente perde il controllo. Le scene nelle piazze che vediamo sono il senso di una chiusura, di una claustrofobia che impedisce a tanti di trovare la calma e la serenità. C’è il pericolo che la gente indossi il passamontagna. Io questo non lo chiamerei lockdown ma blackout».

Protesta e nostalgia

Prodotto da Renato Zero, il disco vanta, fra le tante, le collaborazioni di Phil Palmer, Alan Clark e Adriano Pennino, dei neri per Caso e del trombettista Fabrizio Bosso. «C’è il Renato nervoso e rockeggiante degli inizi; poi Zero che cantava, il Castello Sforzesco di Milano che crollava e Tiziana Canesi, una mia fan, che moriva; la canzone di protesta che fa parte di me perché non mi è mai piaciuto soccombere, né tacere. Non manca l’autoironia; le mie nipoti perché l’artista deve essere in grado di presentare le sue personali credenziali». Spazio anche alla nostalgia («Mi rifaccio alla pennellata dei Beatles che ci ha disegnato un po’ tutti») e alla Bella scommessa: «La mia nella musica, quella di riuscire a vincere i timori e lanciarsi nella professione con la consapevolezza che si può cercare di modificare certi aspetti della società. Come Dylan, Cohen, De André che hanno fatto della musica un’esortazione, uno schiaffo amorevole per svegliarsi da certi torpori». È d’accordo con l’apertura del Papa alle unioni delle coppie gay: «Non voglio che accada più per nessuno, come è successo a me, che ti vengano fatte le risonanze magnetiche per capire cosa hai nelle mutande». E dice che bisognerebbe riportare l’educazione civica a scuola, per combattere il razzismo e le discriminazioni. «Le basi so’ dall’infanzia. le correzioni sono sempre tardive e non risolvono il problema. Il razzista non si piace, si coniuga con i propri simili, mangia male, non fa sesso, ha una madre sordomuta e un padre cieco, non figura in nessuna anagrafe. Stiamo parlando di fantasmi, il problema è quando sono troppi e contagiosi, come il Covid».

La musica oggi

Graffia Renato quando canta Troppi cantanti pochi contanti. «Quando si fa della musica una ragione di vita — dice — bisogna metterci la faccia a discapito delle parrucchiere, di quelli che ti circondano, dei lacchè». Non disdegna i rapper: «Hanno una loro logica e raccontano il loro universo, e spesso mi è capitato di desiderare di affiancarli. Un loro precursore è stato Dylan: i suoi testi hanno una metrica così fitta che sono difficilmente ripetibili. Eppure, suo malgrado, è diventato la bandiera di una rivoluzione sociale. Il problema con il rap è che non tiene conto della melodia, come fai a cantarlo sotto la doccia? Sapore di sale lo intoni anche fra cinquant’anni. Fossi in questi ragazzi mi porrei il problema, vorrei resistere». Un duetto («Una possibilità che non credo sia remota o improbabile») lo farebbe con Ultimo e Diodato. «Mi confortano perché vedo il loro impegno e un giusto utilizzo dei testi. Mi piace anche J- Ax, pur essendo lontano da me. Quello che mi disturba oggi è che si prenda un loop e lo si faccia diventare vangelo o si mettano insieme una serie di plug in gemelli, figli della stessa madre. Vedo in giro molto copia e incolla che non è una forma d’arte è una forma di appropriazione indebita. Preferisco spegnere la radio. Il mondo è bello perché è vario e mi piace ci sia l’opportunità per chiunque di poter esprimere la propria tendenza, valore e significato. In Italia abbiamo avuto da Al Bano a Celentano, da Battisti a Tenco, una varietà di sfumature, colori, situazioni che hanno reso il nostro Paese uno dei più ricchi di melodia, armonia, testi, messaggi. A 18-20 anni si ha fame di mettersi in gioco e si devono fare i conti con chi raccoglie questo bisogno. Non sono fatine immacolate, ma è gente che deve far quadrare i numeri. Questa discografia per mettere a segno un risultato fa di tutta un’erba un fascio: venti artisti fanno un salvadanaio. Raramente abbiamo visto questa strumentalizzazione. Nella nostra generazione non avveniva, i discografici avevano gli stessi obblighi, mentalità e abitudini ma Baglioni, Cocciante hanno scelto di essere quello che sono. Noi, prima di raggiungere un microfono o una telecamera, abbiamo dovuto passare al setaccio diversi dinieghi. Permettere a un giovane di andarsi a bruciare in tv per poi sparire e magari finire con gli psicofarmaci lo trovo un disegno criminoso. Un artista deve rappresentare un mondo , una società, un universo. Che faccia soldi è marginale. Ma a questi signori non gliene frega nulla se questo ragazzo si fotte il futuro».

Il compleanno

In attesa di poter festeggiare i 70 con un grande concerto («Quando si potrà fare mi sarò messo la dentiera», scherza) racconta che il compleanno lo ha passato a Forte dei Marmi, con il figlio e le nipotine: «Siamo andati nell’albergo di una mia amica, la sera Andrea Bocelli mi ha prestato casa sua per vedere lo speciale “Zero il folle” su Canale 5 . Un compleanno anomalo per me che ne ho festeggiati pochi. Altrimenti bisognerebbe celebrare ogni giorno, perché ogni volta che apri gli occhi hai vinto».

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