Italy

Renzi ai suoi: "Siamo decisivi". Ma Iv precipita nei sondaggi

Il problema di Matteo Renzi non è vincere la mano di poker (servirebbe ben altra forza elettorale) ma essere sempre lui a dare le carte. Ci è riuscito a settembre 2019, quando ha fatto nascere il Conte bis e ora che lo ha sepolto. E, al momento, i numeri sembrano dargli ragione anche sul Conte Ter. Ma la partita non è finita.

Ieri Renzi ha rifatto i conti davanti ai suoi, in una breve videochiamata da casa a Firenze. «Al Senato - ha ribadito - i 18 senatori saranno decisivi visto che la maggioranza al momento è tra 150 e 152». Troppo poco per far nascere un governo stabile, il minimo indispensabile per un Conte Ter di minoranza. Uno scenario che Renzi potrebbe addirittura favorire schierando i suoi senatori sulla linea dell'astensione nel voto di fiducia, il che farebbe abbassare il quorum della maggioranza. Il nuovo governo nascerebbe dovrebbe cercarsi i voti di volta in volta. E il mazzo di carte così tornerebbe in mano a Renzi.

Con i suoi, il senatore è apparso determinato e soddisfatto della tenuta del gruppo, che pare resistere alla tensione palpabile, alla campagna di fango sui social, ai talk show in cui Italia viva viene processata in contumacia.

Per ora il pressing scatenato del Pd ha ottenuto una sola defezione, quella di Vito De Filippo, che ha annunciato il rientro nel Pd in dissenso con la manovra del senatore di Rignano. Impatto nullo sulla delicatissima partita parlamentare ma è impossibile escludere che qualcun altro scopra le carte all'ultimo minuto, ma per il momento Renzi ostenta sicurezza: «Sono molto fiero di come stiamo lavorando. Noi siamo sui contenuti e ogni giorno che passa diventa più chiaro che la verità vince sulle veline del Palazzo». In particolare quelle di Palazzo Chigi: ai renziani non è andato giù lo scivolone dell'appello al boicottaggio sul profilo Facebook ufficiale del presidente del Consiglio, post poi cancellato e attribuito ai soliti misteriosi «hacker». Palesemente una scusa e per andare fino in fondo è partita l'offensiva con la richiesta di Ernesto Magorno di discuterne in un'audizione al Copasir e una denuncia presso la procura di Roma da parte di Michele Anzaldi.

Renzi resta convinto che le possibilità di andare al voto siano minime, visto che sono in pochi i partiti ad avere convenienza ad affrontare l'incognita delle urne per un Parlamento decurtato. Ed è questo il più grande punto di debolezza nella mano di Renzi: Italia viva al momento non attrae. Il sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato ieri dal Corriere della Sera vede il partito in pesante flessione, a 2,4 per cento, che significa oltre mezzo punto in meno rispetto a dicembre. Un effetto in parte messo in conto, visto che chi apre una crisi di governo paga sempre uno scotto immediato in termini di consensi. Ma Renzi pensa di poter guadagnare tempo. Magari quanto basta per arrivare anche a una legge elettorale diversa, altro punto su cui la maggioranza si era arenata.

Ai suoi, il leader continua a ripetere intanto di «non accettare» e «restare sul merito». «Abbiamo chiesto un tavolo di confronto, anche in piedi, visto che abbiamo lasciato le poltrone», è la battuta che girava ieri tra i renziani. Ma il gruppo sente la pressione e c'è chi vorrebbe evitare di arrivare allo showdown. Preoccupano i personalismi, quelli di Giuseppe Conte, ma anche quelli di Matteo Renzi, a giudicare dal post che ha pubblicato ieri su Facebook il senatore di Iv Eugenio Comincini, invocando un governo stabile «con un patto di legislatura nel perimetro dell'attuale maggioranza». «Io - prosegue il senatore - sono impegnato su questo e so bene che devo rispondere alla mia coscienza e al Paese, non a Renzi o a Conte». Ai quali Comincini lancia un invito a «chiedersi scusa per i toni accesi». Nervi tesi. Ecco perché Renzi resta in costante contatto con la sua pattuglia parlamentare, senza precludersi nessuna strada. L'astensione è solo il mood del momento.

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