Italy

Renzi pensa già al "dopo": primi segnali per la pace

La questione politica è stata squadernata e pare già rinviata a data da destinarsi. Ora sul tavolo, come spesso accade nelle interminabili liti a sinistra, resta quella umana.

Matteo Renzi, nelle frequenti chiamate con i suoi, l'ultima ieri sera alle 22, ormai pensa soprattutto a dopo martedì. Salvo sorprese, sempre possibili, visto che la partita si decide su un pugno di voti, il leader di Italia viva conta di trovarsi di fronte a un governo Conte che raccoglie in Parlamento una fiducia condizionata, perché in Senato si fermerà qualche lunghezza al di sotto della fatidica quota 161. Il premier a quel punto avrà guadagnato un po' di tempo per continuare con la cucitura di un'area centrista, ma intanto dovrà guadagnarsi costantemente i voti in Parlamento, in teoria bussando alla porta di Italia viva. Allontanata la paura di una crisi che porti alle urne, Renzi conta che nel Pd tornino a galla tutte le critiche messe a tacere quando, nella conferenza stampa in cui ha ufficializzato il ritiro delle ministre, ha tirato una testata a tutta la maggioranza.

Il problema ora è tutto qui. Se tra Renzi e Conte sono volate parole grosse, anche una parte del Pd ora vorrebbe approfittare per regolare i conti con l'ex segretario del partito. Graziano Delrio, in passato molto vicino a Renzi, parlando con la Stampa sottolinea l'aspetto umano: «Lo sento pochissimo ma certo, ho provato a dirgli che la sua scelta avrebbe causato una difficoltà enorme». C'è modo di ricostruire un rapporto? «Sono un medico - aggiunge Delrio - e so che le ferite profonde necessitano di tempo per guarire. E questa volta Renzi non ha provocato una sbucciatura, ma una ferita sanguinante».

Da martedì dunque, si lavorerà alla riconciliazione. E c'è chi già oggi recepisce il messaggio. «Anche nella comunità di Italia viva si riflette - racconta la mente economica del partito, Luigi Marattin - forse si poteva agire diversamente. Ma il dibattito sul modo in cui sono stati sollevati i problemi ora non mi pare centrale». Marattin è chiaro: «Se torniamo alla narrazione che era il miglior governo possibile e la richiesta è di chiedere scusa, non c'è dialogo possibile. Se dopo martedì però il governo non sarà autosufficiente e vorrà aprire un ragionamento, a partire dal fatto che i 200 miliardi del Recovery fund prima di capire come spenderli bisogna capire come prenderli, noi ci siamo».

Per il momento, Renzi continua a mescolare timidi segnali di pace con proclami bellicosi. Come ieri, quando in tv a Mezz'ora in più ha citato la parola più proibita di tutte, il Mes: «Non voterò mai un governo che si ritiene il migliore del mondo e di fronte a 80mila morti non prende il Mes». Ma poi Ettore Rosato ricorda che la mano tesa verso il governo «non l'abbiamo mai ritirata. Se Conte vuole, la crisi si risolve in due ore». E Renzi assicura che «se c'è da votare a favore dei ristori lo faccio anche se a Palazzo Chigi c'è Berlusconi, Prodi, D'Alema, Conte, Di Maio, perché non mi interessa il nome del premier ma il bene degli italiani io sono un patriota». Che sia questo lo slogan per la riconciliazione?

Dal Pd intanto si lanciano appelli a figliol prodighi «europeisti e democratici» e qualcosa si raccoglie ma non basta. La deputata renziana Michela Rostan annuncia che voterà la fiducia a Conte. E da Iv Michele Anzaldi chiede chiarezza sul presunto ruolo di ambienti dell'intelligence nel reclutamento di «responsabili». Serve tempo per guarire le ferite. Ma quanto? Dopo anni, tra D'Alema e Renzi scorre il sangue. Di sicuro l'Italia non può aspettare così a lungo.

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