Italy

Renzi: «Tengo le prove dell’offerta»Le trattative sfacciate (e disperate)

I cronisti fanno gruppetto davanti ai finestroni spalancati del salone Garibaldi sperando di non beccarsi il Covid (in questo Transatlantico, più che un assembramento — tra senatori, portaborse e faccendieri — c’è una tonnara ignobile: eppure non arriva un commesso, un carabiniere, niente, nessuno).

Allora il tizio che deve spifferarti fa un giro largo, aspetta il momento buono, si avvicina, e soffia: «Il ministro D’Incà se li sta prendendo uno ad uno. Trattative disperate. La stanza è laggiù».

Velluto rosso alle pareti, il parquet che scricchiola.

La porta è di fronte ad una poltroncina Luigi XVI.

A Federico D’Incà, ministro per i Rapporti con il Parlamento, Giuseppe Conte ha momentaneamente affidato la delega al mercato dei senatori.

D’Incà è un uomo tondo, con gli occhiali tondi, con un sorriso tondo. Grillino atipico. Di buona cultura. Dialogante. Quindi perfetto per provare a convincere gli incerti. Quelli che la fiducia sarebbero pure disposti a votarla e però boh, non so, devo pensarci, che ci guadagno?

Adesso D’Incà ha fatto chiamare Mario Michele Giarrusso detto «Marione» (fate conto cento chili sotto una testa da cui pendono radi capelli color giallo-limoncello: gli hanno chiaramente sbagliato la tinta). Questo Giarrusso è finito nel gruppo Misto dopo essere stato espulso dai 5 Stelle perché non versava al movimento la prevista quota dello stipendio. Si definisce un «manettaro». Ospite ad un Giorno da Pecora su Rai Radio 1, disse che «Renzi sarebbe da impiccare». Quindi sembra perfetto per sostituire uno di Italia Viva.

All’improvviso, però, si sente la sua risata cavernosa. E un urlaccio: «Maiii!». Funzionaria si allontana frettolosa: «Dio mio». Si volta Maurizio Gasparri: «Stanno facendo lo schifo».

Intanto il premier ha concluso il suo intervento, molti lo giudicano un filo meno debole di quello pronunciato a Montecitorio, ma il portavoce Rocco Casalino — agitatissimo, elettrico — pensa ai numeri: «Cosaaa? 158? Oh mamma mia, sarebbe un sogno… Speriamo di convincere tutti».

Da dietro un angolo spunta il senatore Luigi Cesaro, detto Giggino a’ purpetta — a giugno indagato dalla Procura di Napoli, i suoi tre fratelli arrestati con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. «Per il voto mio, e per i voti di altri due miei amici senatori che controllo, mi hanno offerto un ministero». Il cronista del Foglio, che gli parla a tre metri, ha lo sguardo perplesso. Ma quello, Giggino, s’indigna: «Guagliò, tengo tutte le prove ncopp’ o’ cellulare…».

Mai visto niente di simile: è tutto così sfacciato, tragico, penoso (Denis Verdini, ora a Rebibbia, a lungo il più potente dei generali del Cavaliere, il grosso e feroce Verdini, orologio d’oro massiccio al polso, e gemelli d’oro, ai senatori prometteva oro con maggior discrezione). Alla senatrice Paola Binetti (Udc) hanno offerto il ministero della Famiglia. Al socialista Riccardo Nencini hanno proposto un posto da sottosegretario. Lui, perdendo un po’ il senso della misura, ha detto di sentirsi come «Ulisse sulla nave in tempesta»: ma ora sta facendo la sua dichiarazione di voto, e sembra ancora indeciso. Ballano nel dubbio almeno tre renziani (Comincini, Grimani e Marino)

Piccole certezze. Pier Ferdinando Casini e Mario Monti voteranno sì. Anche Tommaso Cerno, in Principe di Galles color turchese, ha deciso di votare sì e di rientrare nel Pd (stavolta si suppone senza velleità di diventarne segretario, il miraggio che tre anni fa Renzi usò per convincerlo a lasciare una brillante carriera giornalistica).

Per parlare un po’ di politica bisogna fermare Luigi Zanda, rango assoluto, autorevole dirigente dem. «Guardi: poiché la democrazia è fatta anche di numeri, la verità è che se non arriviamo a 161, questo governo riparte debole».

«Ma Conte dei numeri se ne frega — dice Paolo Romani, ex ministro berlusconiano, ora esponente di Cambiamo, un altro che se ci parli non ti sembra di essere proprio alla fermata della metropolitana — Tra terza ondata di Covid, un Paese da vaccinare, il Recovery da gestire, Conte cadrà dentro il «semestre bianco». Da lì, penserà a costruirsi il suo bel partitino di centro».

Passa uno che somiglia a Scilipoti. Ma poi si scopre che è proprio Scilipoti (giustamente, è un po’ anche il suo giorno). Tutti parlano dello scoop rosa di Dagospia: la Polverini, ex braccio destro teso nel saluto romano, sarebbe pazza d’amore per Luca Lotti, ex braccio destro di Renzi. Che ora si alza e inizia il suo intervento. Segue l’altro Matteo, cioè Salvini. Il solito statista: «I senatori a vita non muoiono mai, e quando muoiono è troppo tardi».

Colpetto di scena: i forzisti Andrea Causin e Maria Rosaria Rossi, leggendaria «badante» del Cavaliere, votano con il governo (Antonio Tajani: «Vergogna. Espulsi!»). L’ex grillino Lello Ciampolillo arriva in scivolata.

Finiamo questo strazio con 156 sì, 140 no, 16 astenuti.

Un governo zoppo, barcollante, va incontro al Covid che — intanto — ne ha uccisi altri 603.

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