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Ridateci lo spazio

È ingiusto parafrasare Clarice Lispector di “Vicino al cuore selvaggio”, ma la protagonista, quando incontra un uomo che le piace, pensa che l’amore faccia lo stesso effetto delle pareti, consenta di percepire e immaginare lo spazio. Senza pareti è complicato. Questo il senso.

Venezia, oltre a essere uno spazio fisico e un punto su Google Maps è un simbolo. Il che vuol dire poi che ognuno ha la sua Venezia ma tutti possiamo riconoscere la nostra in quella degli altri. Tra sincretismo e contemporaneità multimediale, il simbolo di questo maggio è la riapertura. Reale, simbolica e riguardante lo spazio della vita, reale e simbolico altrettanto.

La prima grande manifestazione artistica del Coronacene sarà, infatti, la diciassettesima Biennale Architettura che aprirà dal 22 maggio al 21 novembre. Il titolo è una domanda: How will we live together? La cura è di Hashim Sarkis, architetto e professore al MIT. In quel suo pensiero, Lispector chiariva perché l’architettura somiglia all’amore come prassi di immaginazione e cura, di necessità e desiderio. Di misura. Così la domanda da cui prende l’abbrivo la Biennale Architettura, pensata prima della pandemia, non è ironica, retorica o disfattista. Segna una strada, si occupa, come sempre Biennale, della tradizione del futuro.


Paolo Baratta, presidente uscente, riteneva che uno dei compiti della Biennale fosse suscitare il desiderio di architettura, questa prima Biennale di Roberto Cicutto dice quanto quel desiderio di architettura si sia venato di necessità (non lo fanno sempre i desideri?). La politica, specialmente la nostra, non ha mostrato grande immaginazione per il futuro, immediato o remoto, l’architettura, sorvolando con gli occhi già prima di camminarci in mezzo sui lavori dei 112 partecipanti da 46 diversi paesi del mondo, pare invece essere non solo teoria di futuro sostenibile, abbattimento di disuguaglianze oltre che di barriere, e assunzione della crisi climatica, ma una prassi di tutte queste cose.

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