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"Riporto Dante sulla terra. Ma ora è una tragedia"

Per dare nuova vita a un mito, serve un mitomodernista. E per far scendere il Poeta dal piedistallo, ci vuole un grande poeta. E così Giuseppe Conte, fondatore del Mitomodernismo, uno dei più grandi poeti italiani di oggi, scuotendo via la polvere e la cappa di piombo che ha ricoperto la figura di Dante Alighieri (1265-1321), nei settecento anni dalla morte, re-inventa a modo suo, con un'operazione spericolata, coraggiosa e necessaria, il viaggio del Sommo. E lo fa - in un romanzo visionario e coltissimo: Dante in love (Giunti, pagg. 204, euro 17; in libreria dal 20 gennaio) - applicando a Dante la più sottile pena del contrappasso si possa immaginare. Come allora gli fu concesso di viaggiare col suo corpo di carne fra le ombre dell'aldilà, così oggi gli è permesso di tornare come ombra fra gli uomini di carne.

Per riconsegnarci il vero Dante, bisognava ribaltare tutto.

«Dante viene visto come un esponente della cultura medievale, un filosofo, un poeta... Invece prima di tutto va visto come una fonte di energia spirituale. Lui è un creatore di immagini straordinario, il suo poema ha una potenza narrativa modernissima, e la Commedia è un'epopea figlia di Omero e Virgilio, ma ribaltata, in cui il personaggio principale è egli stesso, Dante Alighieri, poeta fiorentino. Un'intuizione che fa fare un passo decisivo alla letteratura universale».

E rieccolo, qui e ora, il personaggio Dante. Che Giuseppe Conte - scrittore di valore inversamente proporzionale al politico suo omonimo - immagina tornare sulla terra, una notte all'anno, per 699 anni, finché, alla settecentesima, lo incontriamo noi lettori. E lo vediamo vagare, spaesato e sconcertato, oggi, nella sua Firenze, fra il Battistero e il Duomo, in una città impaurita e deserta come al tempo della Peste nera, dove aleggia una «minaccia oscura» e l'aria è irrespirabile («Non potevo evitare il parallelo, ho scritto il romanzo durante la prima ondata della pandemia, chiuso nel mio studio, solo davanti al computer, da dove ormai passa tutto: amicizie, lavoro, informazioni... io stesso ombra fra le ombre del mio libro»). E da qui, fra nuove maschere di morte, vecchi fantasmi, scoperte sconvolgenti e antichi sogni, inizia un nuovo viaggio, in cui Dante incontrerà - tra tante donne dello schermo, ormai solo televisive - una nuova Beatrice, una studentessa americana: Grace, «Grazia»...

La prima cosa di cui si accorge Dante è la scomparsa del bagliore delle stelle, e il dilagare di quello dei cellulari.

«Il mio Dante ha visto passare il tempo, anno per anno. Ma soltanto per un giorno: vede giusto dei segnali, non lo scorrere completo della Storia. E giunto al settecentesimo anno, trova il mondo stravolto. Attenti: Dante non è un nostalgico. Osserva ma non si pronuncia attraverso categorie ideologiche. È perplesso, quello sì. Ma chi non lo sarebbe di fronte a turisti distratti e chiassosi che, davanti al suo bel San Giovanni, in short e la bocca sporca di pizza al trancio, si fanno un selfie?».

Il Poeta lamenta una perdita del senso di ordine da parte dell'Occidente: nei comportamenti, i gusti, le città, i valori.

«Dante, 700 anni dopo, vede un Occidente, soprattutto, che non ha più il senso di che cosa è stato. Il Poeta ricorda il suo tempo, la lotta e la passione civile, lo spirito metafisico dell'Europa, figlia della filosofia greca e del cristianesimo... Uno spirito oggi perduto. Manca la dimensione metafisica e la forza di una posizione netta di fronte al mondo e alla crisi che lo sta attraversando».

Cosa significa che l'Occidente non ha più una tensione metafisica?

«Significa non avere più una visione, un progetto per il futuro, la volontà di raggiungere grandi obiettivi. Dante voleva l'Impero. Oggi facciamo fatica a pensare a un'Europa unita dall'economia. Abbiamo perso sogni e speranze di grandezza. Gli europei non riescono neppure a vedere la gloria del proprio passato, o la rinnegano, ne hanno paura. E gli uomini di Lettere e di Scienza, i pensatori, gli scrittori, non fanno nulla per difendere quella Storia, quella memoria, anzi sono spesso in prima fila per rinnegarla, condannarla, cancellarla. Dante stesso può cadere sotto la scure di questa folle ossessione che distrugge i pilastri della nostra civiltà. Qualcuno comincerà a dire che non va più letto, che non è corretto... Risultato? Saremo più poveri e schiavi degli altri».

Dante si accorge che cambia tutto, tranne il Potere. E anche la «serva» Italia è rimasta così: era un «bordello» allora, lo è sette secoli dopo: fra ingiustizie, corruzione, inettitudine.

«Dante, nell'Italia di oggi, si chiede se la politica non sia simile alla Firenze dei suoi tempi, quando il primo villano che arrivava in città si creava una sua cerchia e si metteva a comandare; quando una legge veniva fatta a ottobre e a novembre non valeva più... Avesse visto i Dpcm... Avesse visto un comico diventare leader politico... Dante constata la mancanza di forza progettuale dei partiti di oggi: chi ha mai visto un politico contemporaneo manifestare una grande idea, un'utopia, una speranza? Oltre la Tav e il ponte sullo Stretto non vanno. Gli uomini del suo tempo si sacrificavano per vedere sorgere le cattedrali, noi ci sfianchiamo per il Mes».

Dante fu rovinato dalla politica. Il poeta - l'intellettuale - deve fare politica? Come?

«Dante, facendo politica a Firenze, fu frainteso, accusato ingiustamente, bandito dalla sua città, espropriato dei suoi beni. Era un politico anche fazioso. Mandò in esilio Cavalcanti, il suo amico più caro. E la pagò cara, finendo egli stesso in esilio. E così è diventato il simbolo dell'artista che non cede a compromessi davanti alle proprie idee. E oggi? Io vedo molta gente che per andare a letto con il Potere accetta qualsiasi cosa, vedo un conformismo spaventoso... vedo intellettuali contraddirsi senza vergogna. Invece l'artista, il Poeta, deve diffidare del Potere, proprio perché il Potere diffida di lui... Deve tenere vivi i propri sogni a qualsiasi costo, non svendersi, deve restare libero da ogni dogma... Ma pochi della mia generazione sono stati capaci di tenersi lontano da quello marxista: hanno preferito cattedre, posti, incarichi...».

L'intellettuale organico, quello impegnato, il consigliori del Principe...

«Sia chiaro: io non sono per rinchiudersi nella Torre d'avorio. No, assolutamente. Bisogna giudicare, spronare, indicare. L'intellettuale deve sporcarsi le mani... Ma svettando, non strisciando. Facile prendersela con Trump e Salvini... Più difficile affrontare i problemi agitati da Trump e Salvini. Oggi non vedo passioni, vedo fazioni».

E la politica di oggi?

«È fatta da Renzi e Conte, il mio omonimo. Il primo è figlio di Ares, attaccabrighe, bizzoso, pieno di voglia di contendere. Il secondo ha un equivalente mitologico femmineo nella sirena, immobile, che incanta e fa naufragare i marinai, cioè la Sinistra, dietro di sé... Ma sono figure minori, lottano come Titani per un potere minimo.. Io vorrei che la politica tornasse a essere servizio al Paese, alla nazione, al proprio popolo».

Invece è al servizio di se stessa.

«La civiltà di Atene nasce quando Atena trionfa. E Atena è la dea del Sapere. La Democrazia senza Sapere non vale niente. Invece oggi la Politica disprezza il Sapere. Siamo arrivati all'Uno vale uno. E infatti siamo al grado zero della democrazia. Da poeta, vorrei prendere a sberle Beppe Grillo».

Dante, padre del «volgare», cioè l'italiano, si accorge amaramente che abbiamo perso la nostra lingua, «buona come nessuna altra al mondo per contenere tutto»: le invettive più violente e le preghiere più dolci. Cosa è successo?

«È successo che al prosciugamento dei sentimenti è seguito un impoverimento della lingua. Tutti ripetiamo fino all'ossessione la parola emozione, continuiamo a emozionarci per tutto... Ma abbiamo perso le parole che raccontano i movimenti della nostra anima. Non siamo più in grado di seguirla, e ci fermiamo ai Wow!. Che tristezza. Bisogna ricordarlo sempre: è il linguaggio che rende umano l'uomo. Una lingua povera testimonia un uomo povero. In fondo, è la lingua media dei romanzi di oggi: verbi all'indicativo presente, un po' di gergalità, un punto esclamativo. Abbiamo perduto su tutta la linea».

Ma Omnia vincit amor. Dante torna per un desiderio carnale. Per amare di nuovo. Dante in love, appunto.

«Dante non può dimenticare i suoi sogni d'amore. E del resto tutta la sua opera e la sua vita sono mosse da Amore, fin dal sonetto Guido, i' vorrei dove, parlando di amici, di giovinezza, di donne, si vive un sogno magico, non ancora verticale verso Dio, ma orizzontale, umano, carnale. Poi arriverà Beatrice a verticalizzare l'Amore ed elevarlo verso la contemplazione del divino... Ed ecco la Commedia, dove a trionfare è L'amor che move il sole e l'altre stelle».

Cosa vuol dire, come si ripete sempre, che ci salverà la Bellezza?

«Niente, se la bellezza non è caricata di un forte senso sacrale. Oggi bellezza è una parola inflazionata. Esistono tanti gradi di bellezza: sensuale, fisica, metafisica. Ma quello che serve è la Bellezza come energia spirituale, che rinnovi la società».

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