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Rosina Trivulzio, regina del bello: chi era la nobildonna colta e curiosa che ispirò la collezione Poldi Pezzoli

Cherchez la femme. Lo si dice di solito attribuendo a una figura femminile un ruolo più o meno nascosto, una responsabilità più o meno evidente nello svolgersi di un evento: in sintesi, accanto a un lui c’è sempre una lei che suggerisce, consiglia, tira le fila. In questo caso lei e lui non sono moglie e marito ma madre e figlio: lei è Rosina Trivulzio, lui è Gian Giacomo Poldi Pezzoli. Probabilmente senza di lei non esisterebbe quello scrigno milanese di tesori che è la casa museo Poldi Pezzoli, da lui destinata alla città per testamento nel 1871. Ma andiamo con ordine. Rosina nasce bene, anzi benissimo, nell’anno 1800: è figlia del marchese Gian Giacomo Trivulzio, collezionista d’arte e bibliofilo, esperto e studioso di Dante. Una delle più antiche casate della nobiltà ambrosiana.

Non ha neanche vent’anni la ragazza, abituata alla frequentazione assidua e naturale di letterati e artisti, quando porta in dote la sua educazione raffinata, il suo buon gusto e la sua vasta cultura al ricchissimo cinquantenne parmense Giuseppe Poldi Pezzoli. Siamo nel 1819, e a scrivere l’imeneo per le nozze è una star della poesia milanese d’allora, Vincenzo Monti. Fin da piccoli ai due figlioli, Matilde e Gian Giacomo, Rosina insegna curiosità e passione per ciò che è raro o prezioso. Li guida all’amore per la bellezza e per le arti, comprese quelle decorative, circondandoli di amici come Giovan Battista Gigola — miniaturista suo maestro di pittura—, Giuseppe Molteni, Massimo d’Azeglio, Lorenzo Bartolini. Soprattutto con quest’ultimo, che dopo la morte di Antonio Canova viene considerato il miglior scultore italiano, si stringe un rapporto di mecenatismo. Rosina, pur nel suo mondo dorato, viene provata dai lutti: nel 1833 perde il marito, nel 1840 la figlia. Per far memoria del coniuge nello stesso anno si rivolge a Bartolini: desidera una scultura che si evochi il proprio abbandonarsi alla fede e alla preghiera dopo il dolore. Quanto la sensibilità della committente influenzi la creazione dell’artista non è dato di sapere. Fatto sta che ne esce un capolavoro, «La fiducia in Dio»: la fanciulla inginocchiata e nuda, devota e malinconica, consacra la fama di Rosina come mecenate e quella di Lorenzo come scultore.

Nel 1838 la nobildonna gli fa realizzare anche il proprio busto ritratto, splendido nella resa espressiva dei lineamenti: alla morte della madre nel 1859 Gian Giacomo lo colloca nel suo studiolo e gli appende al collo una sontuosa collana di cammei che lei amava molto, fatta eseguire dall’orefice più à la page dell’epoca, Fortunato Pio Castellani. Tutti questi pezzi e molti altri si conservano in via Manzoni, a documentare la classe, lo stile e la generosità di madre e figlio. La forza del legame e delle affinità elettive tra i due, rimasti soli, si manifesta nel nubilato di Gian Giacomo, che nonostante sia un tombeur de femmes non si sposerà mai. Ma se lui è stato il costruttore del lungimirante progetto di trasformare le collezioni di famiglia in un museo pubblico, Rosina ne è stata di certo la musa ispiratrice.

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