Ad aprile, era stata il centro della resistenza che il Covid non era riuscito a piegare. È diventata la grande malata. Eppure, la Milano finita sotto osservazione, sembra voler chiedere ancora tempo prima di (ri)cadere in un letargo che, però, nessuno sembra più escludere dall'orizzonte, non se i numeri dei nuovi contagi (solo ieri: 1.393, 3.211 in tutta l'area metropolitana, 7.339 in Lombardia), e dei ricoveri in terapia intensiva continueranno a crescere. È quello che invoca Beppe Sala. Il sindaco non ci sta a fare il Don Rodrigo della situazione, il negazionista a tutti i costi del questo lockdown non s'ha da fare. "Ad oggi sul mio tavolo non c'è nessun progetto di ulteriori limitazioni", dice. Per poi aggiungere: "Se sarà necessario lo faremo, non sarò certo io a difendere nulla. Se ci sarà bisogno, Milano farà la sua parte, eccome". Ma quella contro il virus, spiega, "sarà una battaglia lunga, probabilmente avremo davanti sei mesi di sofferenze". Come dire: che cosa facciamo, chiudiamo tutto sino alla primavera? È la vera domanda che continua a fare nei colloqui informali di queste ore. Ed è per questo che, è convinto, Milano si dovrà preparare sì a combattere, ma la sua guerra potrà essere anche di posizione e dovrà conoscere anche "tattica" e "razionalità".

Buenos Aires, la strada commerciale trasformata in teatro delle proteste di lunedì notte, durante il giorno sembra quasi aggrapparsi a una parvenza di normalità. Certo, anche ieri il sindaco racconta di aver chiuso le finestre del suo ufficio a Palazzo Marino "e in strada, come ormai avviene ogni giorno, c'era qualcuno che gridava". Era la volta degli esercenti, che hanno "apparecchiato" il loro dolore in piazza Duomo. Inevitabilmente è da lì, dal mondo produttivo, che arriva un no. "Chiudere Milano, che pesa il 10 per cento del Pil italiano, non può essere in questo momento la soluzione. Servono responsabilità e fiducia e le imprese già da tempo stanno lavorando in questa direzione", dice il presidente degli industriali di Assolombarda, Alessandro Spada. Che teme l'incertezza. Come il numero uno di Confcommercio, Carlo Sangalli: "Il lockdown, a maggior ragione nel cuore economico del Paese, rischia di andare realmente a impattare sul Natale con conseguenze insostenibili per le imprese". Sala ripete di non voler difendere le ragioni dell'economia contro quelle della salute: "Basta con questo balletto, prima c'è la nostra vita e parlare di economia vuol dire parlare delle famiglie che non ce la fanno".


Ma se ci sarà da fare, si farà. Persino il suo ex assessore, oggi parlamentare europeo del Pd, Pierfrancesco Majorino considera "ineluttabili chiusure di parti della Lombardia, tra cui l'area metropolitana milanese, attivate però insieme a interventi di sostegno". Con Roberto Speranza, il dialogo è aperto: i due si sono sentiti anche due sere fa, dopo la stretta invocata dal consulente del ministero Walter Ricciardi su Milano e Napoli e la lettera firmata con De Magistris. "Perché non aspettiamo di vedere se le misure, già dolorose, danno risultati?". E qui si ritorna al tempo. E alla convinzione, che circola a queste latitudini, che comunque non verrà presa nessuna decisione prima di lunedì, quando i sindaci lombardi avranno un incontro con il governatore Attilio Fontana.

Per capire a che punto sia la notte di Milano, però, bisogna ritornare ai dati dei nuovi contagi, che hanno subito un'impennata e che in città sono raddoppiati dai 768 di tre giorni fa ai 1.393 di ieri. E in aumento sono anche i posti nelle terapie intensive della Lombardia: 345, più 53 in 24 ore. Siamo ancora lontani dai 1.300 di aprile, quando sempre a Milano c'erano cento morti al giorno (oggi siamo intorno a 50 contro una media "normale" di 40) ma a preoccupare è il trend. A soffrire sono i pronto soccorso, gravati anche da molti che non hanno bisogno di ricovero. Gli stessi esperti, però, sono divisi. L'epidemiologo dell'università Statale Carlo La Vecchia, ad esempio, è cauto: "La situazione non è drasticamente diversa da quella del resto del Paese. Abbiamo ancora una settimana, dieci giorni per vedere se le misure funzionano". La battaglia di Milano è solo all'inizio.