"Lascio perdere le offese ma quando si tratta di minacce, allora non transigo". Ha deciso di presentarsi personalmente in aula a Milano, il leader leghista Matteo Salvini, parte civile nel processo per diffamazione nato da una sua denuncia su un post del 2016 dell'antagonista Valerio Ferrandi. "Fai un gesto nobile. Sparati in bocca. Ps: prima o poi verrai appeso a un lampione, ne sei consapevole?", le frasi sui social per le quali il leader leghista lo aveva citato in giudizio chiedendo 20 mila euro di risarcimento.
Nelle scorse udienze il giudice Giuseppe Fazio aveva proposto un tentativo di conciliazione, che non è andato a buon fine. Quella di Ferrandi, che usava lo pseudonimo "Frederic Dubarre", era in realtà una replica alle parole di Salvini, che il 25 aprile 2016 aveva definito "ipocriti" e "servi" tre figure istituzionali: l'allora presidente del consiglio Matteo Renzi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e l'ex presidente della Camera Laura Boldrini, scesi in piazza a Roma per la festa della Liberazione.


"Sfruttando il sacrificio di chi diede la vita per cacciare dall'Italia l'occupante straniero in nome della Libertà, oggi sono complici e finanziatori di una nuova e violenta occupazione straniera, servi di una Unione Europea che ci sta rubando lavoro, diritti, sicurezza e speranza nel futuro", era stato il post (3mila i like) di Salvini. Ferrandi, figlio dell'ex esponente di Prima Linea Mario, aveva scritto i suoi commenti nascondendosi dietro il nome Frederic Dubarrè. Due mesi dopo, il leader leghista aveva presentato denuncia sia per lui sia per la Lega. Il primo pm Enrico Pavone aveva chiesto l'archiviazione, respinta però dal gip che aveva disposto l'imputazione coatta.