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Sarà ancora il Pil l’indicatore giusto per misurare il benessere?

Secondo il settimanale Economist, la crisi economica provocata dal Covid-19 è la più grave dai tempi della Seconda Guerra mondiale, ha coinvolto tutti i paesi e se non ci fosse stato il tempestivo intervento delle Banche centrali e dei governi sarebbe stata ben più pesante. Tuttavia, i primi segnali di ripresa lasciano intravedere alcune differenze tra paesi per risultati economici. Cosa che potrebbe in un’ottica di lungo termine capovolgere o quanto meno variare, l’ordine economico mondiale.

I dati forniti dall’Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica (Ocse) dicono che alla fine dell’anno prossimo, l’economia della Cina sarà cresciuta di circa il 10% a fronte di quella degli Stati Uniti che avrà più o meno le stesse dimensioni del 2019 e dell’Europa che si attesterà intorno ai valori precedenti la pandemia.

Se Europa e Stati Uniti si ritrovano a dover gestire la cosiddetta seconda ondata di diffusione del virus, la Cina invece ha preso la rincorsa e per prima esce dalla crisi: è l’unico paese del G-20 di nuovo in espansione. Nonostante nel periodo gennaio – marzo, quanto tutto il paese era in lockdown, il suo Pil avesse toccato un -6,8%, nel secondo trimestre aveva già registrato un primo rimbalzo che a giugno gli ha fatto segnare un + 3,2%, e oggi ha raggiunto il 4,9%, un risultato che rappresenta una crescita reale sostenuta non solo dalla produzione ma anche dagli acquisti e dal settore dei servizi. L’ufficio nazionale di statistica cinese ha segnalato anche un’accelerazione della produzione agricola e industriale e dei consumi oltre a una ripresa delle importazioni e delle esportazioni. Il Fondo Monetario Internazionale prevede la Cina conterà per il 30% nella crescita globale.

Per quanto gli analisti siano divisi, come ci ricorda sempre l’Economist, sul ritenere o meno valide le cifre ufficiali sul Pil cinese, tutti concordano che le strade e i negozi affollati siano segno di una forte ripresa economica.

Ma che cosa rappresenti il Pil ce lo siamo più chiesti? E, soprattutto, è il Pil ancora oggi, nel nuovo mondo in cui siamo entrati, l’indicatore più adatto a rappresentare un concetto di ricchezza che deve rinnovarsi se vuole diventare sostenibile?

Come spesso abbiamo spiegato, sviluppo sostenibile significa anche ripensare proprio al concetto di ricchezza, cercando di andare oltre gli strumenti di misurazione economica classici quale appunto il Pil è.

Certo, da un lato fornisce una buona approssimazione dell’andamento della crescita quantitativa e, dall’altro, essendo una misura condivisa a livello internazionale attraverso regole statistiche armonizzate di contabilità, facilita le comparazioni fra i diversi paesi. Ma il Pil può fornire la misura di tutte quelle componenti qualitative fondamentali per il benessere delle persone e dell’ambiente e per la sua sostenibilità?

Componenti quali la qualità della vita, la salvaguardia e la cura dell’ambiente, dell’aria e dell’acqua, la soddisfazione dei bisogni, l’accesso all’istruzione, alla cultura e alla sanità, la sicurezza fisica, la certezza dell’impatto della produzione sull’ecosistema e, non ultima in ordine di importanza, la felicità.

Non è oggi più che mai evidente che occorre andare oltre un’idea di economia lineare? Oltre il Pil e l’idea di crescita meramente quantitativa che sottende?

La felicità e il benessere umano possono e devono essere considerati a livello globale come essenziali driver economici e politici. Per un nuovo paradigma basato sulla rigenerazione di persone, risorse, economia e ambiente, che sostituisca l’attuale, ormai chiaramente fallimentare, paradigma estrattivo.

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