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Scandalo Cummings, ora la tempesta travolge Johnson

LONDRA – “Non mi pento di quello che ho fatto, credo di avere agito legalmente e non ho mai offerto le dimissioni al primo ministro. La reazione negativa dell’opinione pubblica è colpa delle falsità pubblicate dai media”. Fake news, insomma: la dottrina di Trump contagia Londra. È questa la versione di Dominic Cummings, nello scandalo che scuote Downing Street. In camicia bianca nel giardino dell’ufficio e residenza di Boris Johnson, il suo consigliere più importante risponde alle domande dei giornalisti. Prima offre la sua ricostruzione di quanto è accaduto: lui e la moglie, con i sintomi del coronavirus, decidono di lasciare la loro casa di Londra per andare a Durham, 400 chilometri di distanza, dove affidano il figlio di 4 anni a nonni e zii. “Il lockdown accetta che in circostanze eccezionali, per la salute di un bambino, si può agire diversamente secondo buon senso”, afferma Cummings. E un secondo viaggio, da Durham a Barnard Castle il giorno di Pasqua, non era una gita fuori porta: è servito soltanto a verificare se, una volta guarito, sarebbe stato in grado di affrontare un percorso più lungo, per il ritorno alla capitale, dato che nei giorni precedenti – afferma – aveva sofferto “problemi alla vista”.


Non vuole chiedere scusa ai suoi compatrioti, chiede un cronista, costretti a rimanere in casa per mesi, anche in situazioni simili alle sue? “No, perché adesso che sentiranno come sono andate le cose, spero che avranno un giudizio diverso”. Cummings insomma capovolge il tavolo, accusa i giornali, si difende ad oltranza. Qualche deputato conservatore twitta: “Voltiamo pagina”. Ma il caso sembra lontano dall’essere concluso. Fino a ieri l’accusato era Dominic Cummings, adesso sul banco degli imputati c’è anche Boris Johnson. Dai giornali alla Bbc, dall’opposizione laburista al suo stesso partito conservatore, dai vescovi anglicani agli esperti scientifici, per tacere dei sondaggi sull’opinione pubblica, l’intero paese sembra rivoltarsi contro la decisione del primo ministro di giustificare come “legittime e comprensibili” le ripetute violazioni del lockdown per il coronavirus commesse dal suo consigliere capo. Tutti chiedono a Johnson di licenziare Cummings: una pressione che per ora aumenta anziché diminuire.

Scandalo Cummings, ora la tempesta travolge Johnson

Dominic Cummings


 “Boris Johnson pagherà un prezzo per questa scelta, forse non subito, ma prima o poi lo pagherà”, prevede un editoriale del Financial Times, il giornale dell’establishment. Altrettanto duro è il tabloid dell’elettorato moderato, in passato sempre con il premier: “In quale pianeta vivete?” è il titolone di prima pagina del Daily Mail, riferito a Johnson e a Cummings. Un sondaggio rivela che sono contrari al perdono di Cummings anche il 70 per cento dei lettori del Daily Telegraph, il quotidiano arci conservatore di cui lo stesso Johnson era un columnist prima di andare a Downing Street. Quando alla stampa di opposizione, riassume il tono la copertina del Daily Mirror, che ritrae Cummings e Johnson accanto a questo titolo: “L’imbroglione e il codardo”.  

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Intanto gli esperti di Sage, il comitato di consulenti scientifici del governo, e la polizia ammoniscono che il lockdown è “morto e sepolto”, perché la gente si sentirà autorizzata a violarlo senza conseguenze, visto che Cummings lo ha fatto e il primo ministro lo ha giustificato. Anche una dozzina di vescovi della Chiesa Anglicana prendono posizione condannando la decisione di Boris Johnson: “Ha mancato di rispetto al popolo”, afferma un comunicato congiunto. “La poco credibile difesa di Cummings da parte del primo ministro è un insulto a tutti quelli che hanno fatto sacrifici per la sicurezza altrui”, osserva il vescovo di Worcester, John Inge. “Johnson è diventato del tutto come Trump”, gli fa eco il vescovo di Willesden, Pete Broadbent. E il leader laburista Keir Starmer definisce la decisione del premier “un insulto” a chi ha dovuto perfino rinunciare a dare addio ai propri cari che morivano in ospedale per il coronavirus. Decine di deputati conservatori, travolti dai messaggi di protesta dei propri elettori, dunque preoccupati di perdere il posto quando si tornerà alle urne, chiedono a loro volta a Johnson la testa di Cummings. 

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Ma non è più solo il suo destino a essere in dubbio, quanto quello di Boris Johnson. Titoli dei giornali e vignette lo ritraggono come “dominato da Dom”, il diminutivo di Dominic Cummings: davvero dipendente dal Rasputin di Downing Street, come è soprannominato il suo consigliere, per analogia con il celebre monaco e consigliere di Alessandro II, ultimo zar di Russia. Un burattino e il suo burattinaio, insomma, con la differenza che Cummings non è stato eletto da nessuno. È vero che il suo consigliere è stato cruciale nel fargli vincere la campagna per la Brexit e le elezioni dello scorso dicembre. Ma in una nazione poco abituata all’uso spregiudicato di due pesi e due misure, una per i potenti, l’altra per il popolo, la difesa ad oltranza di “Dom” potrebbe costare cara a Boris, facendo precipitare i consensi durante la sfida più drammatica del dopoguerra per il Regno Unito. Come scrive il quotidiano della City, la sua mossa avrà un prezzo da pagare. Se non ora, alle prossime elezioni. Che sono ancora distanti, ma difficilmente la memoria della pandemia svanirà presto.      

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