This article was added by the user Anna. TheWorldNews is not responsible for the content of the platform.

Scienza: "Il mito del biologico è una fandonia. Il futuro sono i vitigni resistenti". Al Muse nasce il "Giardino dell'uva"

TRENTO. “Il meticcio salverà la viticoltura”. Sono queste le sintetiche ma esaustive parole con cui si è concluso l’intervento tenutosi oggi, 17 ottobre, del professor Attilio Scienza, docente dell’Università di Milano in occasione dell’inaugurazione del “Giardino dell’uva”, un vigneto sostenibile realizzato all’interno degli orti della biovidersità del Muse di Trento. Un incontro durante il quale si è parlato di viticoltura sostenibile, tra passato e futuro.

Tra gli ospiti anche la famiglia Endrici, proprietaria della Cantina Endrizzi, arrivata ormai alla sua quinta generazione, e prima sostenitrice del “Giardino dell’uva”.

L’incontro ha offerto molti spunti di riflessione, partendo col rispondere alla domanda più che attuale “E’ possibile coltivare la vite in modo sostenibile?”. Nella risposta a questo quesito è emersa la parola chiave “resistenza”, e questo proprio perché se si vogliono eliminare del tutto o quasi i trattamenti sulle piante e al tempo stesso produrre quindi vini di alta qualità nel totale rispetto dell’ambiente circostante, bisogna puntare su vitigni resistenti e quindi risultato di numerosi miglioramenti genetici. Da qui il “meticcio” di cui accennava il professor Scienza.

"La viticultura non è un fenomeno naturale", ha spiegato il professore. "Senza l’uomo non si arriverebbe mai al vino, infatti sulle etichette è stata vietata la denominazione “naturale”. Ma il consumatore ha paura della scienza, e si rifugia dietro a vocaboli come 'biologico', 'biodinamico' e 'naturale'. Queste sono tutte fandonie. Ma noi dobbiamo uscire da questo equivoco e l'opinione pubblica deve capire che il futuro sta nella scienza e, in questo caso, nel miglioramento genetico dei vitigni".

“I vitigni resistenti rappresentano un’alternativa alla viticoltura tradizionale e sono costituiti da piante di vite ibride, ottenute quindi con la fecondazione di specie diverse, particolarmente resistenti alle principali malattie fungine”, ha spiegato Marco Stefanini, il coordinatore del progetto “Viti resistenti” della Fondazione Edmund Mach. “Bisogna però sapere che non si potrà mai ottenere una varietà che presenta una totale immunità nei confronti di una malattia. Al tempo stesso, però, un vigneto resistente che riesce a svolgere il suo ciclo annuale mi richiederà un numero di trattamenti nettamente inferiore rispetto a quelli tradizionali. Ed è proprio questo il concetto che apre le porte verso la sostenibilità”.

La Fem, infatti, sta svolgendo un'importante attività di ricerca e impegno nel miglioramento genetico di vitigni con resistenza. “Essenzialmente noi cerchiamo di creare dei 'genitori' che abbiano diverse fonti di resistenza, in modo tale da ottenere delle piante molto resistenti. In questo modo si ha sia il blocco dell’evoluzione del fungo all’interno della pianta sia una progressiva stabilizzazione del carattere di resistenza. Ad oggi, per esempio, nel nostro centro di ricerca abbiamo dei genitori con quattro resistenze alla Peronospera e tre all’Oidio”.

Che questa strada sia percorsa perché è ciò che vuole l’Europa (nel Green Deal Europeo è scritto che entro il 2050 il 25% della superfice agricola dovrà essere destinata all’agricoltura biologica) o per “semplice buonsenso”, come ha detto Paolo Endrici, la direzione è chiara. Proprio per questo, nel nostro territorio è nata la “Piwi Trentino”, associazione che fa riferimento a “Piwi International” che è composta da un gruppo di viticoltori trentini attenti alla sostenibilità ambientale, i quali da alcuni anni coltivano vitigni resistenti (chiamati Piwi dal tedesco pilzwiderstandfähig che significa “viti resistenti ai funghi”).

Le varietà resistenti maggiormente coltivate in Trentino solo la Solaris, Goldlife Muscat, Bronner, Johanniter e Souvignier gris. Le stesse esposte anche nel “Giardino dell’uva”.

Ha chiuso l’incontro Nereo Pederzolli, storico giornalista trentino ed grande esperto nel settore enogastronomico: “In questi anni abbiamo insegnato a degustare il vino ma abbiamo diseducato a capirne il gusto. Queste varietà resistenti possono mettere in discussione tutta una serie di nostre certezze a livello organolettico quando assaggiamo un vino. Molto spesso si assaggia un vino cercandone i difetti, mentre bisognerebbe godere della sua specificità. Nei riguardi del vino che si produce da queste viti trovo che si debba avere un approccio libero, fantasioso e curioso, e non precostituito".

E conclude: "Penso che dovremmo conservare sempre di più nella nostra memoria un piccolo spazio legato alla poesia. E quindi anche con queste varietà è importante cercare la bellezza e non il difetto difetti, perché il vino deve cercare di liberare la nostra mente e lasciarla senza barriere”.