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Se la politica si nasconde dietro la scienza

L'irruzione del Covid-19 nel dibattito pubblico ha posto subito al centro della scena una serie di esperti (virologi ed epidemiologi, innanzi tutto) che ha iniziato a svolgere un ruolo di primo piano. Non soltanto essi hanno iniziato a frequentare con assiduità i talk-show televisivi, ma soprattutto sono quasi assurti al rango di decisori ultimi. È sulla base delle loro indicazioni che, settimana dopo settimana, il governo ha progressivamente eroso le nostre libertà (di iniziativa, movimento, organizzazione politica, ecc.) e costruito un sistema regolatorio tanto invadente quanto instabile.

È come se, nel corso dell'emergenza, l'intero assetto del potere sovrano avesse trovato nuovi interpreti. E così un dominio che storicamente s'era imposto appoggiandosi nell'ordine sulla teologia, sul diritto e sull'economia, oggi pare sempre più basarsi essenzialmente sulle indicazioni che vengono da quanti ci parlano di virus, vaccini e di Rt superiore a 1.

Ovviamente non sono stati i virologi a creare il morbo e nemmeno è da addebitare ai politici. È però evidente che il connubio in atto tra scienziati e governanti, proprio mentre minaccia le libertà di tutti noi, giova a entrambi e delinea un assetto nuovo: di carattere tecnocratico.

Se da un lato ha ragione chi sottolinea come si stia elevando la scienza al rango di una nuova religione, d'altro canto è sempre più evidente che taluni studiosi stanno scoprendo enormi opportunità. Lo stesso si può dire, però, per i politici, che ora possono usare l'esperto di loro fiducia come una maschera dietro cui nascondere le loro scelte spesso molto arbitrarie. Il risultato finale è che un apparato politico-burocratico che basa le proprie scelte su un gruppo di scienziati (non necessariamente i migliori, dato che ad esempio il Cts non include i più qualificati specialisti italiani del settore) è riuscito a farci accettare l'idea di essere confinati in casa (si pensi all'assurdità del coprifuoco notturno!), non accompagnare i propri morti al cimitero, rinunciare al lavoro e alla vita sociale, chiudere le chiese, negare rapporti sociali ai nostri figli. Quelle che ci sono state presentate come scelte necessarie sono state, in realtà, decisioni assunte sulla base di tesi scientifiche che altri studiosi contestano apertamente.

Chi ha istinti liberali sa bene che ogni incrocio tra scienza e potere è pericoloso in virtù del fatto che non di rado lo scienziato è portato ad avere, per ogni problema, una sua personale soluzione tecnica, che vorrebbe imporre. Egli è guidato dall'aspirazione a risolvere una questione particolare e tende ad affermare la sua visione senza porsi troppi interrogativi in merito alle libertà individuali, da un lato, o a questioni che possono stare a cuore a studiosi di altri settori. Di conseguenza, l'esperto è spesso pronto a sacrificare (quasi) tutto per tutelare quello che ai suoi occhi è fondamentale.

Una società guidata dai virologi, allora, sembra sottovalutare il fatto che si continua a morire di tumori e malattie cardiovascolari, che vi sono esigenze di libertà e spiritualità che trascendono agli occhi di molti la semplice persistenza quali organismi viventi, che la dissoluzione in atto del diritto può corrompere in maniera definitiva ogni convivenza, che lo sfascio dell'economia può colpire duramente tutti: partendo dai più poveri e dalle giovani generazioni.

In questo senso è legittimo affermare che il trionfo dei cosiddetti competenti conduce a soluzioni particolarmente deficitarie proprio sul piano della conoscenza. Entro un mondo basato su divisione del lavoro e specializzazione le informazioni di uno studioso sono naturalmente settoriali; il problema, però, è che dalle sue convinzioni egli tende a ricavare scelte politiche. Egli pensa, ad esempio, che imporre due mesi di lockdown possa fare il bene di quella popolazione, riducendo l'indice Rt. Il guaio è che con queste proposte l'esperto in virologia mostra di non saper cogliere che esistono altre competenze (in diritto, economia, filosofia politica e altro ancora) che andrebbero accuratamente considerate prima di prendere una o l'altra strada.

Per di più, un'espertocrazia dominata da questo o quel gruppo di scienziati metterebbe in crisi non solo i diritti dei singoli, ma anche le dinamiche di una società pluralista. Quando il ruolo dei competenti travalica la sua legittima funzione, non c'è più spazio per un confronto. Se dalla conoscenza di alcuni si passa senza alcuna mediazione a decisioni che riguardano tutti, la società aperta per come l'abbiamo conosciuta è ormai già morta e con la sua scomparsa esce di scena pure ogni discussione capace di contrapporre idee diverse.

Per sua natura, la realtà è articolata e ogni scelta collettiva presenta molteplici implicazioni, ma il punto di vista dello specialista trascura tutto ciò. È per questa ragione che le sue decisioni rischiano di essere disastrose. Né bisogna scordare la lezione di quegli orientamenti della sociologia che evidenziano come in linea di massima ogni gruppo sociale svolga sì anche una funzione utile agli altri (e per questo abbiamo bisogno di specialisti), ma al tempo stesso esso abbia pure interessi propri e per tale ragione entri in conflitto con altre realtà. In varie circostanze una specifica categoria cerca di rafforzare la propria posizione, con l'obiettivo di ottenere enormi benefici da tutto ciò. Se questo vale per gli imprenditori italiani che si oppongono alle importazioni o per i professionisti che chiedono tutele corporative, perché non dovrebbe valere anche per questo o quel gruppo di scienziati?

Meglio evitare, allora, di consegnarsi mani e piedi a una casta di dotti: anche quando si tratta dei virologi. Nel corso della storia, la libertà è stata spesso minacciata dalle logiche tecnocratiche e dalla presunzione di pochi. Bisogna evitare di ripetere errori già commessi in passato.

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