Italy

Shopping in arrivo sulle imprese italiane: «Ma è l’opportunità per costruire campioni europei»

l’indagine

di Alessandra Puato

Pessimismo? Relativamente poco, nell’industria e nella finanza internazionale: l’Italia dovrebbe tenere. E ripartire entro l’anno, anche con l’afflusso di capitali esteri. Il risvolto della medaglia è lo shopping straniero. Potrebbero infatti riaccendersi le acquisizioni delle imprese italiane da parte dei gruppi esteri, attratti dai bassi prezzi di mercato delle aziende nazionali. Un rischio? No, se si riesce (e non è facile) a indirizzare il fenomeno verso la crescita delle imprese e la costruzione di campioni europei, dove l’Italia abbia un peso. Lo dice l’Aibe Instant Survay-Covid 9, il sondaggio condotto dall'Associazione italiana banche estere con la collaborazione del Censis, per tastare il polso al sistema economico sulle prospettive del Paese e sulle misure prese dal governo sulla pandemia. L’indagine è stata condotta dal 5 al 15 maggio presso un panel internazionale misto: società finanziarie, fondi d’investimento, imprese multinazionali. Tre le linee d’indagine: la direzione dei flussi d’investimento, la valutazione sulle politiche governative per contrastare l’emergenza e il ruolo dell’Unione europea con le misure anti-crisi.

I capitali

Ebbene, soltanto il 16,3% degli intervistati crede che l’emergenza Covid 19 stia comportando «un forte deflusso di capitali dall’Italia per una sfiducia nel recupero nel medio termine della forza produttiva». Per il 38,8% il deflusso sarà «moderato», in attesa di una ripresa delle attività nel corso del 2020. E addirittura il 32,7%, un terzo degli intervistati, ritiene plausibile «un moderato afflusso di capitali verso i settore per i quali l’emergenza ha prodotto un forte aumento di domanda». Quindi, la filiera farmaceutico-medicale e quella alimentare, in primo luogo. L’Italia, insomma, ha retto alla pandemia, nel suo tessuto imprenditoriale e finanziario. Ma senza entusiasmi, certo. «Non c’è una sfiducia di fondo a seguito delle misure prese per affrontare la pandemia — ha commentato Guido Rosa, presidente dell’Aibe —. Si ricava una valutazione fredda e razionale degli effetti della pandemia sull’economia italiana, senza allarmismi ma nemmeno facili rassicurazioni».

Lo shopping

Quanto allo shopping estero sulle aziende italiane, la possibilità è alta per via della riduzione della capitalizzazione, cioè il valore delle società, dicono i risultati di questa ricerca. Che di fatto conferma le opinioni già espresse da consulenti come Kpmg e fondi di private equity, sulla cauta dei prezzi. L’84% — più di otto su dieci — fra gli intervistati del campione Aibe pensa che questa situazione «sia verosimile», anche con prese di controllo. Ma considera il fenomeno anche «profittevole per il made in Italy», in particolare nei settori manifatturiero, agroalimentare e della moda. «È il momento di rivedere le regole di concorrenza europee per consentire la nascita di campioni continentali — ha detto Rosa — Non ha più senso dire che il capitale straniero, tout court, non va bene, soprattutto se è di orgine europea».

Il confronto

Nel confronto con il resto del mondo, i Paesi che hanno avuto la risposta migliore alla pandemia sono stati, secondo l’indagine, la Germania (93,2% del panel, risposta multipla), quindi l’Oriente: la Corea del Sud (79,5%) e la Cina (50%). Bocciati Spagna e Regno Unito. Quanto alle misure europee, avviate o discusse, per il contenimento della crisi economica, ottengono un buon margine di successo gli eurobond, per ora nel congelatore ma apprezzati dalla maggioranza del campione Aibe: purché affiancati da altri dispositivi, però. Alla domanda «Si discute di emettere obbligazioni comunitarie per la condivisione del debito al fine di sostenere la fase di “economy recovery”, lo ritiene uno strumento indispensabile ?» più della metà degli intervistati, il 58%, dice: «Sono utili, ma insieme ad altri strumenti» e il consenso s’impenna al 72% aggiungendo chi risponde «Sì, è assolutamente necessario per consentire ai Paesi più vulnerabili di non aumentare il debito». Favorevole poi al Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, è il 34,7% del campione, mentre più della metà degli intervistati confida nella forza della Banca centrale europea: il 30,6% auspica un «maggiore intervento della Bce», in generale; e il 24,7% «Un maggiore intervento della Bce nell’acquisto di titoli di debito pubblico», il quantitative easing.

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