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Sileri: "Contagi? Riduttivo dare la colpa alle discoteche"

Mentre il governo litiga e discute sul Dpcm per il Natale, ancora non è chiaro come si sia nata la seconda ondata di contagi da coronavirus. Abbiamo cercato di fare luce sul tema con un'intervista al viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri.

Il premier Conte, annunciando la fine del lockdown, aveva detto: “Stiamo affrontando un rischio calcolato nella consapevolezza anche che la curva epidemiologica potrà tornare a salire”. Cos’è cambiato da allora?

"È avvenuto esattamente quanto previsto da Conte: la curva dei contagi è tornata a salire. Un dato evidente già dalla fine di agosto nei paesi del Nord Europa. È stata una crescita del virus che, grazie anche ai sacrifici fatti durante il lockdown primaverile, inizialmente non ha interessato l’Italia, se non marginalmente. La nuova ondata però ha poi colpito tutto il continente, Italia compresa, e buona parte del mondo".

A cosa è dovuta questa seconda ondata? Ai comportamenti irresponsabili di chi in estate ha abbassato la guardia oppure alla ripresa autunnale delle attività lavorative e alla concomitante riapertura delle scuole?

"La seconda ondata ha preso forza nei paesi dove il cambio delle temperature è arrivato prima, per poi diffondersi anche in Spagna e in Italia. La ripresa delle attività autunnali e il cambio delle temperature hanno determinato la risalita dei contagi. Chi non ha adottato i corretti comportamenti che il governo raccomandava da mesi, come l’uso della mascherina, il distanziamento fisico, il lavaggio frequente delle mani, ha le sue responsabilità. Ma sarebbe davvero riduttivo ricondurre una dinamica globale alle discoteche aperte in Costa Smeralda".

Sul web sono nati diversi gruppi di persone che lamentano di aver aspettato anche 12 o 15 giorni prima di ricevere l'esito dei tamponi molecolari. Un ritardo che ha causato gravi ripercussioni anche dal punto di vista lavorativo. Quali soluzioni state adottando per ovviare a tale problema?

"Rispetto ai mesi di marzo e di aprile il numero di tamponi è cresciuto tantissimo: oggi riusciamo a farne più di 200mila al giorno. Sono stato fra i primi a dire che oltre ai tamponi molecolari dovesse essere favorita la diffusione anche di test diagnostici di altro tipo, come quelli antigenici, che consentono risposte in pochi minuti, inclusi quelli salivari. La scelta del tipo di diagnostica da effettuare varia a seconda del livello di rischio del soggetto a cui si fa l’esame. I pazienti sintomatici devono fare il tampone molecolare, ma una popolazione a più basso rischio, come i non sintomatici che abbiano avuto contatti stretti con positivi, potrebbero beneficiare anche di test antigenici. Questo consentirebbe una maggiore potenza di fuoco e non ingolferebbe quelle strutture, come i drive through e gli ospedali, a cui tutti si rivolgono in cerca di un tampone, anche nei casi in cui la necessità di farlo non c’è. Spesso si sbaglia anche sul fronte delle tempistiche: chi ha un contatto stretto con un positivo, infatti, non deve fare subito il tampone, ma deve andare in quarantena, aspettando dai 5 ai 7 giorni per fare il test molecolare, cioè il tempo medio di incubazione del virus".

Il primo agosto il New York Times aveva indicato l’Italia come un modello da seguire, mentre ora, visto e considerato anche l'elevato tasso di letalità nel nostro Paese, la sensazione è quella di essere ripiombati nel passato. Perché? Dove ha sbagliato il governo?

"Il lockdown nazionale avviato nel mese di marzo ha consentito di salvare, secondo alcuni studi scientifici, circa 600mila vite. Ora la recrudescenza del virus mette a dura prova l’intero pianeta. La letalità viene solitamente calcolata sul numero di positivi rinvenuti, ma è un numero non corrispondente alla realtà, perché si trovano più casi grazie alla forte accelerazione sul numero dei tamponi. Se andiamo a vedere il numero di morti in Italia per milione di abitanti, è una cifra sovrapponibile a quello degli altri paesi europei e occidentali. Di certo il numero di morti che osserviamo è comunque elevato e deriva dall’alto numero di contagi registrato qualche settimana fa. Non dimentichiamoci inoltre che l’Italia ha una popolazione molto anziana e che non raramente i contagi avvengono in ambito familiare. In Italia circa il 20% degli anziani vive in famiglia e il 50% vive entro un chilometro di distanza da uno dei figli. Questo aumenta i contatti e il rischio di contagio. Meno comprensibili, da viceministro, sono le morti che avvengono nelle Rsa, dove serve un impegno maggiore per garantire la diagnostica a tutti coloro che hanno accesso a queste strutture, eventualmente anche con test rapidi salivari. In generale l’Italia sta lavorando bene, a partire dalla divisione in aree di rischio valutate da 21 parametri basati su tre insiemi: circolazione del virus, capacità diagnostica e di tracciamento, risposta del servizio sanitari nazionale in termini di posti letto occupati. Tutto questo consente di circoscrivere le aree più a rischio abbassando il livello di esposizione".

Mi permetta un ulteriore passo indietro. Perché, dopo che inizialmente il dossier coronavirus era seguito dal ministero della Salute, è stato "scippato" dalla protezione civile? C'erano attriti tra il ministro Speranza e il premier Conte?

"Ogni qualvolta si è dinanzi ad un’emergenza nazionale è previsto il coinvolgimento della Protezione Civile. Ministero della Salute e Protezione Civile contribuiscono e lavorano tutti i giorni sul dossier coronavirus, in base alle reciproche competenze. Anche perché oltre alle misure straordinarie di carattere medico c’è l’esigenza di varare altre misure non strettamente legate al sistema sanitario. Si pensi al blocco dei voli, alla chiusura delle scuole o a tante altre iniziative attivate in risposta alla pandemia".

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