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Speranza, carpentiere nonostante il successo rap: “Chi avrebbe immaginato di sfondare!”

Speranza ha pubblicato lo scorso 16 ottobre il suo primo album ufficiale "Ultimo a morire". Il suo esordio discografico era atteso dai fan della scena italiana, un progetto che per il rapper casertano ha significato anche chiudere un cerchio, iniziato due anni fa con "Chiavt a mamm't". L'artista, che non ama definirsi esordiente, ha cominciato nelle zone rionali francesi, luogo in cui ha vissuto fino a poco tempo fa, prima di trasferirsi a Caserta, una città diventata simbolo della sua musica. Per la famiglia, con la famiglia: un motto che Speranza ripropone con il suo team, un gruppo di cinque persone che include alcuni dei produttori del disco, come Simoo. Il lockdown dovuto al Covid-19, da una parte ha fermato la sua attività da carpentiere, mestiere che continua a condurre, dall'altra parte gli ha dato del tempo per completare il suo primo progetto ufficiale: "Ultimo a morire". Un nuovo status raggiunto per il rapper di Caserta, testimoniato anche dei nomi apparsi nelle collaborazioni del disco: da Guè Pequeno, Massimo Pericolo, Tedua, al rapper francese Kofs, con la sorpresa melodica di Rocco Gitano. Lo abbiamo intervistato, chiedendogli del processo di costruzione del nuovo album e di quanto sia stato difficile il suo percorso di crescita tra Francia e Italia.

"Ultimo a morire" è il tuo disco d'esordio, ma non puoi essere definito un esordiente nella scena.

C'è anche una rima nell'album su questo, infatti tutti mi chiamano emergente ma faccio musica da una vita. Ho cominciato quando avevo 13-14 anni in Francia, partendo dal rione perché quella era la musica che arrivava in quei posti. Non sono stato io a scegliere di fare rap, avendo fatto parte della mia zona, lo ascoltavamo e lo facevamo tutti. Perciò esistono così tanti artisti in Francia.

Com'è stato il ritorno musicale in Italia? Quando sei arrivato in Italia, come ti sei mosso?

Mi sono mosso senza voglia di sfondare, facevo pezzi per la gente mia, facevo serate quando c'erano da fare. Musicalmente invece, facevo l'esatto contrario  di ciò che facevo in Francia: li mettevo 4 barre in napoletano, mentre qui lo faccio in francese. Lì in Francia utilizzavo anche il napoletano perché era una cosa che mi rappresentava, e che mi rappresenta tutt'ora.

Quando hai pensato di fare questo lavoro sul serio?

Seriamente me lo ha fatto capire la gente, quando è iniziato a cadermi tutto il successo addosso. Mi sono detto: "Oh cazzo qualcosa si sta muovendo". Gestisco il successo come gestisco le cose in cantiere da quando lavoro, ovvero affrontando il problema faccia a faccia.

Stai continuando a lavorare in cantiere?

Sì, lo continuo a fare, anche se per adesso a causa del Covid siamo fermi.

Una cosa che sorprende è l'assenza di Barracano nel tuo progetto.

Un brano con Barracano l'abbiamo già fatto, ovvero "Modalità". Adesso non era il momento, ma soprattutto lui sta lavorando ai suoi progetti.

Un disco che varia molto sul profilo delle sonorità e delle melodie, ma soprattutto un immaginario che sembra si rivolga agli ultimi, ai più disagiati: parli di Gaza, Lampedusa, le carceri.

È un rap con cui sono cresciuto, non è una trovata commerciale. Tanti ultimi sono stati amici miei, e vanno ricordati per sempre. La mia personalità non è solo la mia cattiveria, cerco di mostrare anche nuovi lati di me.

"Iris", il tuo primo singolo estratto, fa parte di questo cambiamento?

Sì, volevo raccontare una storia d'amore andata male, ma che comunque ha segnato. È giusto non mostrare solo la cattiveria, non sono solo quello, ho anche altri lati.

Una tendenza del rap italiano negli ultimi anni è l'esasperazione sui social di tutto ciò che è materialistico, una forma di ostentazione, qualcosa che non trovo nella tua musica.

Io parlo di quello che sono, non ho mai preso una prima classe. Ho preso qualche volta Ryanair per arrivare in Italia dalla Francia. Poi ognuno rappa ciò che vuole, se lo fa bene, ben venga. Quella non è arte mia, io voglio raccontare ciò che sono.

Come hai conosciuto Massimo Pericolo, che è anche presente nel tuo disco? Una volta ci ha raccontato che è tutto merito tuo e di Barracano se ha incominciato a rappare.

Non voglio avere alcun merito per la carriera di Massimo. Quando sono salito la prima volta a Milano – fortunatamente ci hanno pagato i biglietti – abbiamo avuto la possibilità di conoscerci la prima volta di persona. Eravamo io, Vane (Massimo Pericolo, ndr) e Barracano, e da allora siamo diventati grandi amici.

Come è cambiata la tua vita con la fama?

In questo momento è diventato complicato uscire nella mia città, Caserta. Anche se lo faccio con tanto piacere. Non rifiuto mai qualche foto o qualche bicchiere, ma scelgo sempre di rimanere con i miei amici. Loro non mi chiamano Speranza, ma mi chiamano "‘o francese". Non parliamo quasi mai di musica, ho cercato di mantenere il mio piccolo mondo di amici, perché l'amicizia è fondamentale per me.

Come si sviluppa il tuo ascolto musicale?

Non mi tartasso di rap a casa, cerco di mantenere l'orecchio pulito. Quindi l'ispirazione la trovo in strada, con i miei amici, con una storia che mi accade.

Il tuo timbro è particolare.

È una cosa naturale, mi basta alzare un po' di più la voce. Le persone credono che io urlo o studio, ma è una cosa che mi viene naturale, anche quando suono dal vivo. A fine concerto, birra fresca e tutto apposto.

In un'intervista per Esse Magazine, Emis Killa ha affermato di aver rifiutato 500mila euro per la partecipazione a "Ballando con le stelle" nel 2013. Faresti la stessa scelta per mantenere la tua street credibility?  

Per 500mila euro? Per 800 euro ho fatto i sacrifici una vita intera. La rispettabilità è una cosa secondaria, se le persone ti conoscono, capiscono anche il motivo per cui si fa una scelta. Lasciamo stare il discorso di prostituirsi per soli, è un modo per lavorare. Penso che pure tu se ti offrono 3mila euro, vai a lavorare in un altro canale, no?

Come sono state organizzate le produzioni e i featuring di "Ultimo a Morire"?

Principalmente con il nostro piccolo team: siamo noi, i cinque di Caserta che abbiamo iniziato. Sono presenti Frank e Simoo che sono miei amici alle produzioni, mentre per tutte le altre cose, sono nate da rapporti di stima reciproca condotti a Milano. Ho contattato quasi tutta la gente che avrei voluto nel disco, perché magari 5 accettano e altri no perché hanno i loro progetti. Tante cose sono state messe da parte, perché sulla tracklist poi una scelta la devi fare. Il resto o si butta o la si conserva per progetti futuri.

"Spall a sott" è diventata una saga del rap italiano, arrivata alla quarta puntata.

La canzone è la continuità della trilogia, che pensavi sarebbe finita e invece ti do un'altra botta. Due anni fa pensavamo sarebbe finita, invece abbiamo preferito farne un nuovo episodio, perché volevamo portare la continuità nel disco.

Già hai pronto un altro album?

Praticamente sì, non totalmente, perché è un lavoro da pazzi che non mi aspettavo. Quindi vedremo adesso come e quando farlo uscire.

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