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Stupri nella Roma bene,  la poliziotta che convince  le ragazze a denunciare

Il suo segreto? «Sa ascoltare». Sembra facile, ma non è così. I colleghi del commissariato Porta Pia, diretto da Angelo Vitale, un piccolo palazzo in via Forlì (zona piazza Bologna) carico di storia e di sacrifici per chi indossa la divisa da poliziotto, lo sanno bene e l’ammirano per questo. Perché in quegli uffici c’è una poliziotta che è riuscita a fare breccia nelle ragazze della movida. Soprattutto quelle di piazza Bologna e San Lorenzo, fino a piazza Fiume: giovani che vestono quasi sempre tutte allo stesso modo, magliette, short e stivaletti, che in gruppo sembrano forti, ma da sole manifestano fragilità impensabili che emergono nei momenti più difficili e dolorosi.

Se da qualche settimana due bulli di Monteverde e Roma Nord, entrambi 21enni, Alejandro D.V.P. e Luca A., sono agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico agganciato a una caviglia, e un loro complice 17enne è in attesa della pronuncia dei giudici del tribunale dei minorenni (e intanto è indagato), lo si deve quasi esclusivamente alla tenacia di un’ispettrice di 48 anni, non romana, che lavora al commissariato e che in poco tempo è diventata il simbolo della lotta alla violenza sulle donne. L’anima rosa della squadra investigativa, la specialista nel trattare casi di violenza sessuale (comunque di genere) che ha già collezionato successi e stima non solo dei colleghi, ma anche dei rappresentanti di altre categorie professionali.

Riservata quanto basta, espansiva al punto da trasformarsi in una sorella maggiore, pur restando una poliziotta che sa quale sia il suo posto e il suo ruolo in un’indagine delicata, l’ispettrice (che per motivi di sicurezza e di opportunità non ha voluto rivelare la sua identità) è stata la protagonista dell’indagine che ha portato all’arresto dei violentatori di una studentessa di 16 anni, aggredita il 27 novembre dello scorso anno in un b&b di Trastevere affittato da un gruppo di ragazzi per organizzare una festa in barba alle norme anti-Covid e al lockdown. Sotto effetto di alcolici bevuti durante il party fra giovani provenienti dalla movida di piazza Trilussa, la minore si è messa a dormire in una stanza ma è stata violentata da tre ragazzi che hanno approfittato di lei, della cosiddetta «minorata difesa» causata proprio dall’alcol, oltre che dalla paura. Insomma, la vittima non è riuscita a difendersi e ha avuto la peggio. Poi il silenzio e la vergogna hanno fatto il resto, insieme con il terrore e il disagio nauseante di incontrare tutti i giorni, sempre a Trastevere, come è poi accaduto davvero, i responsabili dello stupro di gruppo.

Indagando su un’altra aggressione sessuale, a una studentessa universitaria di 20 anni nella zona di piazza Bologna nel febbraio scorso, gli investigatori di Porta Pia hanno scoperto che c’era dell’altro. Che insieme con Alejandro D.V.P. ,c’era un gruppo di bulletti capaci di organizzare violenze sessuali di gruppo nelle feste della Roma bene su ragazze ubriache o fatte ubriacare, e quindi senza difesa. Uno dei delitti più infami diventato la specialità dell’ispettrice che dopo aver capito che la banda aveva abusato anche della 16enne dall’altra parte di Roma, l’ha avvicinata dopo aver parlato con i genitori, ignari di tutto e da quel momento sotto choc.

L’approccio è stato soft, le parole leggere anche se chiare. «Che fosse una poliziotta gliel’ha detto subito», dicono dal commissariato. Nessun segreto, massima fiducia. E delicatezza. Per rompere il muro che imprigionava la giovane ci è voluto quasi un mese. Settimane di incontri, nella cameretta della 16enne, fra pelouche e diari segreti, e nel bar sotto casa, a prendere insieme un aperitivo. Per trovare la confidenza giusta, per far capire alla ragazzina che quel segreto che si portava dentro da sette mesi non doveva essere una vergogna, ma un ostacolo da eliminare con coraggio e fierezza. «Perché è giusto che la vittima di una violenza sessuale denunci chi l’ha oltraggiata, chi ha fatto una cosa del genere deve pagare». Sembra facile, appunto, ma non lo è per niente.

Ma per trovare la via d’uscita non sempre bastano un ufficio della polizia e un foglio con la carta intestata della Questura. L’ispettrice questo lo sa bene, lo ha imparato con l’esperienza sul campo, con lo studio e la conoscenza di situazioni complicate nelle case famiglia e in diverse associazioni anti-violenza, e quindi si è messa ad ascoltare la ragazzina, a comprendere quello che aveva passato e quello che non voleva si sapesse in giro. La scorsa primavera è stata decisiva, la giovane ha cominciato a confidarsi, proprio come con un’amica, poi è diventata un fiume in piena. Il suo racconto drammatico è finito su un verbale, quindi è stato confermato in un’audizione protetta con l’aiuto di uno psicologo. I tre sono stati riconosciuti anche in foto. Insomma, un’indagine blindata, per un’amicizia nata per caso, che prosegue ancora oggi, perché la movida può anche essere altro che alcol e violenza.

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