Fortemente atteso da studiosi e addetti ai lavori, apre finalmente al pubblico il 19 settembre 2021 il Museo dell’Ottocento – Fondazione Di Persio-Pallotta, nella prestigiosa sede dell’ex Banca d’Italia in viale Gabriele d’Annunzio a Pescara. L’edificio del primo Novecento, restaurato ed adattato agli standard museali internazionali, ospiterà la collezione di capolavori dell’Ottocento italiano e francese dei coniugi Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta. Con passione, costanza e non pochi viaggi intercontinentali, i Di Persio hanno raccolto in circa trentacinque anni di ricerca centinaia di dipinti di eccezionale qualità artistica, in grado di raccontare un secolo – l’Ottocento – ricco di ideali e innovazioni, animato da un lato dall’attaccamento alla natura e alle tradizioni, dall’altro dall’esaltazione della modernità. Oltre alla sorprendente varietà di dipinti, la raccolta si distingue per la qualità delle cornici, che vanno dal XVI al XIX secolo, scelte di volta in volta con l’obiettivo di porsi in piena armonia con le opere d’arte.


La raccolta Di Persio-Pallotta ha inizio nel 1987, con l’acquisto di un dipinto del pittore romano (ma napoletano d’adozione) Antonio Mancini, risalente al suo secondo periodo inglese: il Ritratto di Mrs. Fry (1907). Gli studi storico-artistici erano in quel momento ancora lontani dalla riscoperta di Mancini, oggi celebrato con importanti retrospettive da alcuni dei più importanti musei tra Europa e Stati Uniti. Un percorso a ritroso porterà poi i Di Persio ad acquisire capolavori della fase giovanile del pittore, tra cui il celebre Prevetariello in preghiera (1873) e Verità (1873), definito da Dario Cecchi una delle più belle opere dell’Ottocento italiano. La collezione si è poi ampliata negli anni con dipinti di altri maestri napoletani e di alcuni dei maggiori pittori francesi del XIX Secolo, con particolare riferimento alla Scuola di Barbizon per sottolineare quel dialogo con la modernità d’Oltralpe instaurato da artisti come Giuseppe Palizzi.

Il percorso tra le collezioni si snoda in tre piani e quindici sale, ordinate per temi, scuole e tendenze. Al piano terra il visitatore verrà accolto da un suggestivo atrio, con accesso alle prime tre sale. La storia della pittura napoletana del XIX secolo, raccontata dalle opere del museo, non può che iniziare da uno sguardo al vedutismo. Quando a partire dalla metà del XVIII secolo gli scavi archeologici portano alla luce gli straordinari reperti di Pompei ed Ercolano e gli intellettuali di tutta Europa intraprendono sempre più numerosi il “Grand Tour”, il paesaggio di Napoli, dei suoi dintorni e della costiera amalfitana diventa uno dei soggetti più ricercati dalla pittura di paesaggio internazionale. È indicativo in tal senso il dipinto più antico presente in collezione: Il monastero dei Cappuccini sulla costa amalfitana dell’austriaco Joseph Rebell. Capolavoro di drammaticità dal significato misterioso, fu realizzato nel 1813 su commissione della regina Carolina Bonaparte.

Joseph Rebell, Il monastero dei Cappuccini sulla costa amalfitana, 1813


La storia della pittura napoletana del XIX secolo non può che procedere con un approfondimento sui pittori della “Scuola di Posillipo”, a cui è dedicata la seconda sala. L’espressione fu coniata in segno di scherno dalle fila dell’Accademia per definire quel gruppo di artisti che, tra il terzo e il quarto decennio dell’Ottocento, si riunivano intorno alle figure del pittore olandese Anton Sminck van Pitloo e successivamente del napoletano Giacinto Gigante. Da sempre mete predilette dai paesaggisti provenienti da tutto il mondo, da Turner a Corot, la città di Napoli e i suoi dintorni furono immortalati dai pittori della Scuola di Posillipo in scorci di sapore romantico, sempre rigorosamente studiati dal vero secondo i principi antiaccademici della pittura en plein air. I dipinti esposti in questa sezione del percorso incarnano appieno lo spirito lirico della pittura posillipista: dalla resa sorprendentemente moderna della luce cristallina di Gigante, accostata in contrapposizione alle atmosfere drammatiche di Teodoro Duclère, fino alla nostalgia dell’antico de I templi di Paestum di Pitloo, la più grande tela ad oggi nota del pittore olandese trapiantato a Napoli, passando per il vedutismo, quasi scenografico, del napoletano Salvatore Fergola, allievo di Pitloo tra i più apprezzati dalla committenza borbonica.

La terza sala è invece dedicata a Domenico Morelli. Maestro dei più grandi pittori della scuola napoletana del secondo Ottocento, Morelli riuscì a fondere nel suo linguaggio dapprima la lezione dei Nazareni, poi quella dei veristi toscani e le suggestioni del simbolismo internazionale, rimanendo però sempre fedele al proprio credo artistico. Le opere in questa sala, dai soggetti storici a quelli orientalisti, mettono in evidenza il suo rapporto con la pittura europea e in particolare quella francese, che ebbe modo di studiare di persona all’Esposizione Universale di Parigi del 1855, dove lui stesso esponeva insieme agli amici Serafino De Tivoli e Saverio Altamura. Il rapporto di scambio con Altamura è testimoniato dal piccolo ma espressivo ritratto del 1848, un anno assai significativo per la storia d’Italia.


Nelle sale del primo piano si entra quindi nel vivo della ricerca dell’Ottocento: dai dipinti della “Scuola di Resina” – tra cui il celebre Rovine di Pompei di Alceste Campriani, già acquistato dalla sede olandese di Goupil su segnalazione di Vincent Van Gogh – alla poesia dell’Abruzzo di Francesco Paolo Michetti, di cui la collezione Di Persio vanta dipinti e pastelli di vivace modernità. Sullo stesso piano si incontrano opere di Vincenzo Irolli, Gaetano Esposito, Giuseppe Casciaro, Edoardo Dalbono, Vincenzo Caprile, solo per citare alcuni tra i più amati dal collezionismo dell’Ottocento.
Un’intera sala è poi dedicata ad Antonio Mancini, in cui sono esposti ben diciassette capolavori. Le opere documentano l’evoluzione del linguaggio pittorico di Mancini offrendo uno sguardo d’insieme non solo sulla sua vocazione di pittore di figura, ma anche sui temi della natura morta e
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del paesaggio. Dal drammatico caravaggismo degli esordi napoletani all’esuberanza di colore e materia degli anni maturi, la pittura di Mancini è qui raccontata attraverso dipinti che mettono in evidenza la sua fine sensibilità introspettiva e una sorprendente abilità tecnica, che gli valse già in vita importanti riconoscimenti pubblici e la viva ammirazione dei maggiori critici e collezionisti del suo tempo.
«Ho incontrato in Italia il più grande pittore vivente: Antonio Mancini»: così affermò il celebre ritrattista americano John Singer Sargent nel 1920, quando gli fu chiesto un parere sul collega e amico che frequentava da più di vent’anni. Nato a Roma ma cresciuto e formatosi Napoli, Antonio Mancini è ormai riconosciuto dalla critica internazionale come uno dei più importanti pittori dell’Ottocento italiano.
Antonio Mancini, Verità, 1873
Un’altra sala monografica è poi dedicata a Michele Cammarano, a cui spetta un ruolo di assoluto rilievo nel panorama dell’arte napoletana dell’Ottocento. Le opere esposte sono prova della modernità della sua pittura, in cui l’influsso delle novità introdotte dal realismo francese incontra la sensualità della scuola partenopea, all’insegna della luce del Sud. Si veda, ad esempio, la monumentale tela intitolata Incoraggiamento al vizio, realizzata nel 1868, il cui originale taglio compositivo rivela la sua personale interpretazione del realismo di Gustave Courbet, che l’artista ebbe modo di conoscere di persona solo due anni dopo, in occasione del suo primo viaggio a Parigi.
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Antecedente al soggiorno francese è pure il capolavoro La strega, in cui il tema esoterico è affrontato con un’attitudine pienamente internazionale. Due dipinti documentano invece la sua esperienza in Eritrea, dove si era recato nel 1888 in seguito alla commissione ricevuta dal Ministero della Pubblica Istruzione per il grande dipinto commemorativo della battaglia di Dogali. Alla cerchia degli allievi dei Palizzi si collega la presenza, in questa stessa sala, dei dipinti dell’abruzzese Teofilo Patini, la cui interpretazione del realismo d’Oltralpe si contrappone a quella di Cammarano per una propensione alle atmosfere drammatiche e ai toni terrosi.
Giuseppe De Nittis, A teatro, 1883 ca. Federico Zandomeneghi, Donna dalle spalle nude, 1895 ca.
Il secondo piano approfondisce il legame tra Napoli e Parigi, dopo due sale dedicate a scene di genere, ritratti di donne (Silvestro Lega e Niccolò Cannicci) o di famiglia (Gioacchino Toma e Michele Tedesco) e scene di rievocazione storica (Saverio Altamura e Tranquillo Cremona) eseguiti da artisti di differenti scuole e zone d’Italia. A partire dalla metà dell’Ottocento e per più di mezzo secolo, Parigi è stata la capitale mondiale dell’arte moderna. Molti artisti italiani si recarono in Francia per brevi soggiorni di studio o per visitare le grandi esposizioni; altri ne colsero le novità attraverso riviste e quotidiani. Altri ancora vi si trasferirono per lunghi anni e, non di rado, definitivamente. È questo il caso di molti dei pittori della collezione Di Persio-Pallotta. Tra i paesaggisti spicca Giuseppe Palizzi, di cui si espongono in questo piano quattro dipinti. Va inoltre segnalata la Scena di caccia del fratello Filippo, probabilmente dipinto durante il suo unico soggiorno a Barbizon. I paesaggi del napoletano Federico Rossano, già tra i protagonisti della “Scuola di Resina”, documentano l’influenza della pittura moderna dei colleghi frequentati in Francia – dove si trasferì dalla metà degli anni ’70 – e, in particolare, di Camille Pissarro. A Parigi, Rossano rivaleggiava con l’amico Giuseppe De Nittis, il quale trovò nel filone elegante dell’impressionismo francese la dimensione ideale per esprimere la sua vocazione per una pittura luminosa e vivace. Del pittore pugliese si espongono tre dipinti che raccontano la sua predilezione per i temi della vita moderna dell’alta società: un doppio ritratto di madre e figlia a teatro, e due
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scene di interno, Tra i paraventi e In attesa, entrambe rivelatrici dell’influenza dell’arte giapponesi. Dialoga in collezione con la pittura “à la mode” di De Nittis la Donna dalle spalle nude di Federico Zandomeneghi, veneziano trapiantato a Parigi dal 1874.
Il percorso procede con le ampie sale dedicate ai barbizonniers. Luce e colore, resi con pennellate rapide e corpose, nei loro dipinti prendono il sopravvento sui soggetti, a volte fino quasi a raggiungere l’astrazione. Fiore all’occhiello della collezione Di Persio-Pallotta è la presenza di Gustave Courbet, con due paesaggi: Le rive della Loue (1862) e Le ruisseau entre les rochers (1876), entrambi rappresentativi di una modernità che anticipa di un decennio l’avanguardia impressionista. Un confronto tra le due opere rivela come lo stile quasi crudo degli anni Sessanta, che tanto ispirò gli impressionisti, vada via via addolcendosi negli anni a seguire, portando l’artista ad approdare alla ricerca di armonie più delicate.
Gustave Courbet, Le rive della Loue, 1862
Oltre al ruolo di Gustave Courbet nella pittura del suo tempo, la raccolta documenta gli aspetti salienti della pittura della “Scuola di Barbizon” attraverso i dipinti dei suoi protagonisti. Da Théodore Rousseau, del quale si espongono tre suggestivi oli, a Narcisse Virgilio Díaz de la Peña, il quale nei suoi paesaggi diede alcune delle più raffinate interpretazioni della foresta di
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Fontainebleau. Particolarmente degno di nota sono Le chemin du Jean-de-Paris (Les Roches), appartenuto al celebre baritono Jean-Baptiste Faure, e Vaches à l’abreuvoir di Constant Troyon, prima nelle collezioni di Napoleone III, poi nell’importante raccolta della famiglia Rothschild. Arricchiscono la collezione dipinti di Charles-François Daubigny, antesignano di Monet e Van Gogh, di Jules Dupré e di Paul Huet. Il percorso si chiude con un focus sulla pittrice Rosa Bonheur. Convinta femminista, Bonheur lavorò duramente per tutta la vita per vedere riconosciuto il suo ruolo nella scena artistica, che si espresse perlopiù in scene rurali con protagonisti animali, che in questa sede si possono collegare ai dipinti di Palizzi. Per studiare gli animali dal vivo eseguendo schizzi a matita, la pittrice era solita recarsi al mercato vestita da uomo, così da non attirare l’attenzione dei presenti.
È prevista per il futuro la realizzazione di mostre temporanee, soprattutto rivolte ad artisti e tematiche che, con tagli originali e sempre differenti, possano porsi in dialogo con i punti salienti della collezione. Il Museo dell’Ottocento è inoltre dotato di una sala studio e di una ricca biblioteca, in cui sono conservati volumi rari e riviste specializzate relativi al periodo storico di pertinenza delle collezioni. L’ultimo piano ospita infine uno spazio per conferenze e una foresteria, pensata dai Di Persio per i giovani studiosi, ai quali verranno indirizzati premi e borse di studio.
Info:
Museo dell’Ottocento – Fondazione Di Persio Pallotta Viale Gabriele D’Annunzio 128
65127 PESCARA
Tel: 085-73023
Sito internet: www.museodellottocento.eu
  Il Museo dell’Ottocento è aperto dal Martedì alla Domenica dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 16:00 alle ore 19:30. Chiuso il Lunedì.
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