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Terza dose (e richiami) con vaccini a Rna messaggero, l’ipotesi che aumentino gli effetti avversi. Gli esperti: “Ancora pochi dati”

Scienza

Terza dose (e richiami) con vaccini a Rna messaggero, l’ipotesi che aumentino gli effetti avversi. Gli esperti: “Ancora pochi dati”

I dati in itinere si stanno accumulando “ma non abbastanza, sono osservazioni che al momento, non ci permettono di trarre conclusioni chiare – per Carlo Federico Perno, Direttore di Microbiologia clinica al Policlinico Bambino Gesù –, una ragione in più per continuare studio e osservazioni sua sulle vaccinazione ad Rna, sia sulla eterologa. Abbiamo bisogno di acquisire dati per rispondere al meglio”

Con il Sars-CoV2 avremo a che fare per molto tempo e probabilmente il virus è destinato a diventare endemico. Come tale sarà presente in modo ciclico. Questo significa che le campagne vaccinali rappresentato uno scenario plausibile a lungo termine. Pfizer Biontech hanno annunciato la richiesta di autorizzazione, ma Fda e Cdc in Usa, Ue e persino l’Oms al momento non la ritengono necessaria in attesa di studi e conferme all’opportunità della terza iniezione.

Secondo l’analisi di alcune settimane fa di settimane fa Antonio Cassone – già direttore del dipartimento di Infettivologia dell’Iss e membro dell’American Academy of Microbiology – e Roberto Cauda – direttore di Infettivologia al “Gemelli” di Roma -, “ci sono studi clinici su animali che inducono a ritenere che somministrazioni multiple di vaccini a Rna, potrebbero non essere accettabili senza una sperimentazione appropriata”. Gli autori di questa ipotesi, firmata su La Repubblica, spiegano che si tratta di molecole che attivano fortemente il sistema immunitario, mentre questo è vantaggioso per le prime dosi di vaccino, se invece sono ripetute a intervalli brevi “possono addirittura causare una riduzione della capacità immunizzante, come sostenuto anche da Margaret Liu, accademica di Harvard che studia le risposte immunitarie ai vaccini, past President dell’International Society of Vaccines”.

A conferma di questa interpretazione anche Fabio Malavasi, professore emerito di Immunogenetica all’Università di Torino e membro dell’European Society for Clinical Analysis (Escca),“non abbiamo ancora dati specifici su vaccinazioni a Rna ripetute per lunghi intervalli – e conclude – i vaccini a Rna possono non essere l’ideale per multipli richiami, per il potere di indurre forte flogosi (ndr, infiammazione)”. Una delle soluzioni potrebbero essere i vaccini a proteine ricombinanti, diversi da quelli a Rna “è arrivato il Novavax, i risultati pubblicati su New England Medical Journal sono soddisfacenti. In arrivo anche un vaccino di origine vegetale, questo attrarrà molti. La soluzione ideale potrebbe essere uno dei 12 (o giù di lì) vaccini cinesi, il più convenzionale e fatto impiegando virus inattivato”.

“È vero – ammette Guido Forni, immunologo dell’Accademia Nazionale dei Lincei – non abbiamo ancora dati specifici su vaccinazioni a Rna ripetute per lunghi intervalli, ma undici anni fa io ho pubblicato un lavoro scientifico su ripetute vaccinazioni a Dna, quindi un po’ diverse ma per certi aspetti analoghe a quelle a Rna, per tutta la vita naturale di topine che erano geneticamente predisposte a sviluppare e a morire di un tumore alla mammella. Queste vaccinazioni ripetute ad intervalli costanti rimanevano efficaci nel proteggere le topine verso il tumore per tutta la loro vita senza evidenti effetti collaterali”. I dati in itinere si stanno accumulando “ma non abbastanza, sono osservazioni che al momento, non ci permettono di trarre conclusioni chiare – per Carlo Federico Perno, Direttore di Microbiologia clinica al Policlinico Bambino Gesù –, una ragione in più per continuare studio e osservazioni sua sulle vaccinazione ad Rna, sia sulla eterologa. Abbiamo bisogno di acquisire dati per rispondere al meglio”.

L’ipotesi imminente di una terza dose di vaccino, è oggetto di dibattito nella comunità scientifica “nella letteratura pre-clinica sulla somministrazione per via sistemica di molecole di Rna viene associata, sin dalle prime applicazioni terapeutiche, a tossicità se ripetuta frequentemente”, sottolineano Cassone e Cauda. I vaccini a subunità proteica (piccole parti della proteina virale, come Novavax) sono molto comuni (pneumococco, meningococco, antipertosse, ecc) , “su questa tipologia di vaccino abbiamo lunga esperienza di richiami, anche a breve distanza senza effetti collaterali di rilievo – continuano Cassone e Cauda – e possono essere potenzialmente più adatti a più richiami vaccinali”.

Va tenuto in considerazione anche che “la piattaforma tecnologica dei vaccini genetici (ndr, Pfizer e Moderna) permetterebbe di modificare il vaccino in pochi giorni, per renderlo efficace contro le eventuali varianti – su questo punto è chiaro Lorenzo Moretta, uno degli immunologi italiani più citati al mondo (indice autorevolezza h-Index 147), Direttore dell’area Immunologia dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù – mentre sarebbe un procedimento più lungo coi vaccini a proteine ricombinanti”. Certo è che “al momento attuale ci sono troppe variabili, sia legate alla forme ed alla pericolosità della pandemia sia legate ai vaccini – puntualizza Forni – che non possono ancora essere definite, per poter decidere razionalmente quale sarà la manovra più opportuna da mettere in atto. Si tratterà di bilanciare i rischi, cosa non facile”.

Con la pandemia in corso è fondamentale pianificare strategie il più possibile su basi solide. Quello che sappiamo di certo è che “un virus ha come obiettivo filogenetico quello di convivere con l’ospite, attenuando la sua aggressività. Ma ci può mettere tempi molto lunghi – aggiunge Moretta –, ad esempio le scimmie africane ormai convivono con il SIV (HIV) senza problemi, eppure quando sono state contagiate le scimmie della stessa specie, ma che vivevano nel continente americano, queste sono decedute. Il fenomeno adattivo dei virus può essere anche lungo”.

Un altro aspetto fondamentale sui “richiami” vaccinali, è quello che riguarda i “guariti Covid”. È importante specificare che “le persone che hanno superato Covid 19 potrebbero avere un’immunità di lunga durata, come riportato anche da una delle ultime pubblicazioni di Nature – sottolinea Moretta –, questa potrebbe non essere legata direttamente ai valori degli anticorpi rilevati da un sierologico, perché ci sono le cellule B della memoria, e cellule T, che non sono rilevate da questo test, ma determinano una protezione di lunga durata”. Inoltre, uno studio di dicembre 2020 condotto da ricercatori di Singapore ha scoperto che gli anticorpi neutralizzanti (quelli ultra-specifici contro il virus) sono rimasti presenti da 9 a 17 anni negli individui guariti da SARS1 nel 2003”. Infine, parrebbe che le reazioni avverse aumentino proprio nei “guariti” a seguito della vaccinazione: “una precedente guarigione da Covid era associata a un aumento del rischio di qualsiasi effetto collaterale da vaccino”, questo quanto riportato nella pubblicazione dell’Università di Manchester di marzo 2021. Quindi, sarà necessario interrogarsi e dare risposte su quali tipi di vaccini usare per la terza dose, e quali soggetti è più utile e necessario vaccinare.

Lo studio dei ricercatori di Singapore

Lo studio dell’Università di Manchester

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