Italy

Toscana, le fondazioni sono un motore per la ripresa

Lo schema di partenza rispose a esigenze da tempo avvertite e le modifiche successivamente introdotte per precisarne natura e finalità lo resero più plausibile e praticabile. Uno storico provveditore (ora si direbbe Ad, o Ceo magari) di Mps, Paolo Pagliazzi, già negli anni Settanta non faceva mistero di una condizione insopportabile per un istituto di credito di diritto pubblico che si gloriava di esser nato nel 1472, prima della cosiddetta scoperta dell’America. Allorché con compassionevole spirito francescano si era istituito un Monte in grado di alleviare la condizione di chi era spinto ai margini o cacciato in miseria dall’incipiente febbre di un vorace accumulo di ricchezze. «È l’ora di farla finita — esclamava Pagliazzi — col perder tempo a discutere all’infinito sulla distribuzione di gran parte degli utili di bilancio a società sportive, parrocchie e opere sociali! Quando verrà il giorno che una banca possa fare la banca e le benefiche erogazioni a soggetti territoriali vengano affidate a organismi se stanti!?». Il lungo processo che, a partire dalla legge Amato del luglio 1990, si concluse, attraverso la riforme Ciampi e Tremonti con la creazione di Fondazioni incaricate di conferire risorse e allocare investimenti per programmi elaborati sulla base di una visione politica delle esigenze reclamate in particolare dagli enti pubblici territoriali, sembrava aver messo fine ad una confusa e ibrida commistione di logiche. La concessione di crediti e l’effettuazione di investimenti avrebbe dovuto essere inquadrata nello spazio sempre più globalizzato dei mercati finanziari, mentre la cura di civiche richieste doveva essere attribuita a Fondazioni. La loro natura giuridica privata fu, si sa, sancita da una notissima sentenza della Corte costituzionale del 2003. Innegabile è che il decennio in cui questa trasformazione avvenne — con deroghe all’italiana e seducenti incentivazioni — era inscritto nella vague della «Terza via», propensa a esaltare le privatizzazioni e a sottrarre le strategie finanziarie ad un eccesso di subordinazione a spartizioni partitiche e a pressioni di clientele.

All’avvio parve che le cose andassero per il meglio. Andrea Greco e Umberto Tombari, in un libro che ha la verve di un pamphlet e l’esattezza di un documentatissimo rapporto — Fondazioni 3.0. Da banchieri a motori di un nuovo sviluppo, Bompiani, Milano 2020 — hanno rievocato quella stagione illuminandone ambizioni e risultati con chiarezza didattica. E non si rilegge oggi senza ricavarne motivi di serie riflessioni. «Gli istituti italiani — scrivono — appena privatizzati imbarcavano nuovi soci mietendo profitti crescenti, e crescevano in proporzione il monte degli utili distribuiti e il valore borsistico».

La crisi insorta negli Stati Uniti nel 2008 sconvolse il disegno a fatica definito con impreviste turbolenze e mutò radicalmente il panorama che stava emergendo. Sarebbe, tuttavia, semplificante e consolatorio imputare a fattori tutti esterni la «verità effettuale» delle cose, per dirla con Nicolò Machiavelli. Il capitalismo italiano è quello che — approssimativamente — conosciamo e la generalizzata privatizzazione del sistema creditizio non ne eliminava certo le scorie chiamando ad un’entusiastica adesione alla modernità sollecitata dalla governance europea. Il dominio di potenti famiglie e la spregiudicatezza di incursioni speculative hanno conquistato un ruolo crescente. E la separazione da nefasti particolarismi e dinamiche a largo raggio non ha aperto la strada ad una purificazione sintonizzata con interessi economici generali. L’aver puntato su fattori di scala e su fusioni talvolta non ben calibrate ha razionalizzato sulla carta un accentratore dirigismo statalista. Vistosi successi si sono alternati a clamorose débâcles. Fino a assurde situazioni controriformistiche, patenti quando le Fondazioni di origine bancaria (Fob) hanno tentato di restare padrone delle nuove Società per azioni riproducendo legami e subordinazioni di antico conio. «Ogni qualvolta — è l’ineccepibile chiusa del dossier Greco-Tombari — la tensione vivificatrice auspicata […] verso l’utilità sociale e lo sviluppo economico è stata piegata ad altri interessi, di bottega o di partito, e senza che la vigilanza ministeriale intervenisse con dovuta severità per complicità politiche o paura di intaccare la stabilità delle banche partecipate, ne sono derivati presto o tardi i mali peggiori». Parole, ahimè, sacrosante.

Stando ai dati forniti del rapporto Acri, l’Associazione delle Fondazioni e delle Casse di Risparmio Spa, sul 2019 il patrimonio contabile delle Fondazioni di origine bancaria si attestava in Italia sui 40,3 miliardi, ma accompagnato da un sensibile decremento (meno 11,1%) delle erogazioni. Uno sguardo alle undici Fondazioni di origine bancaria della Toscana — sono 86 in totale quelle italiane — delinea un bilancio in buona misura positivo. Il loro patrimonio netto totale a fine dicembre 2019 aveva una consistenza di oltre 4,9 miliardi di euro. L’attività istituzionale aveva mobilitato oltre 94 milioni. Gli ambiti di intervento sono quelli di prammatica: arte, attività e beni culturali, assistenza e salute pubblica, educazione istruzione e formazione, ricerca e sviluppo locale, volontariato e beneficenza. Se si esamina la gamma degli interventi salta agli occhi che i prediletti riguardano il settore delle arti.

La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca dà un apporto significativo al Centro studi sull’arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, la senese (smagrita) Fondazione Monte dei Paschi ha a cuore l’Accademia musicale Chigiana e così via. La Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze è parte essenziale della Fondazione Palazzo Strozzi.

Ma negli anni hanno assunto carattere non secondario interventi innovativi di altro carattere, più legato al sociale, alla formazione, allo sviluppo. Un indirizzo che alla Fondazione fiorentina fu accentuato proprio da Tombari, durante la sua presidenza. L’attuale presidente, Luigi Salvadori, ha sottolineato più volte la necessità di diventare una leva per la formazione giovanile nella moda, nell’enologia, nelle scienze aziendali più tipiche e da rifondare o aggiornare dopo la tempesta del Covid. E non ha mancato di accennare ad un punto molto attuale su cui le Fondazioni sono chiamate riflettere e muoversi in armonica intesa. Che ruolo darsi per un fecondo e incisivo impiego delle risorse che arriveranno in Toscana dal Next Generation EU, comunemente indicato come Recovery fund? Questa dovrebbe essere un’occasione d’oro affinché le Fondazioni di origine bancaria, che tante speranze hanno acceso, mostrino una capacità di governo tesa a superare guardinghe gelosie. Ci sono correzioni da introdurre sia nella scelta delle priorità che per favorire collegamenti non limitati al territorio di consueto riferimento.

Nel 2019 alle attività inerenti i beni culturali sono andati 240 milioni circa, il 26, 4% del totale. All’ambito della salute pubblica solo il 3,3% e alla formazione il 16%. Evitando improprie graduatorie, si tratta ora di concretizzare interrelazioni anche tecnologicamente più attrezzate, nella consapevolezza che esistono indirizzi o pregiudizi da archiviare. Ad esempio oggi la categoria «città d’arte» non ha senso scientifico e mette in ombra i requisiti di una ripresa integrata. Rischia di evocare una pigra continuità con comode rendite di posizione.

Le Fondazioni dovranno essere più attente alle dimensioni sociali della ripresa, a impegnativi programmi di ricerca, a tematiche che, in una regionalità multipolare — da Firenze a Pisa, da Siena a Volterra, da Lucca a Livorno, a Pistoia, Prato, San Miniato, per rammentare senz’ordine i nomi che vengono subito in mente — sono venute in primo piano. Dovranno conquistare, consolidare o aumentare, nella loro autonomia, in partnership azionarie con privati invogliati a investire sul futuro, «la potenza di fuoco — mutuo dal libro di Greco e Tombari il risoluto incitamento — a loro disposizione».

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