Italy

Toscana, piccole imprese le più esposte alle difficoltà finanziarie del Covid: guadagnare credito, banche e pmi

Come tutelarle? Riducendo le incertezze e cambiando approccio, facendo pesare di più le prospettive di sviluppo

di Nicola Lattanzi e Armando Rungi

Il credito lo si guadagna. Significa insieme ricevere e dare fiducia, non solo in ambito economico. Concedere un’apertura di credito a qualcuno è divenuto nel tempo sinonimo di riporre fiducia; si usa, altresì, dire guadagnarsi il credito, l’equivalente dell’ottenere fiducia da qualcuno. Ci interessa in questa sede sottolineare come in tutte le situazioni richiamate il credito sia il frutto di comportamenti e condotte virtuose che legittimano e alimentano il valore reputazionale del soggetto. Ma vi è una grande eccezione: il credito bancario.

La banca per secoli ha concesso credito sulla base delle garanzie ricevute dal cliente e, ci sia consentito per esigenze di sintesi, meno guardando alle prospettive di sviluppo dell’azienda. La concessione di credito è divenuta così questione più materiale, basata cioè sulle garanzie patrimoniali lasciando in secondo piano la declinazione del merito creditizio quale risultante di valori reputazionali e analisi della prospettiva di sviluppo. La garanzia è misurata dal denaro, certo, ma la questione non può essere liquidata così semplicemente. Viviamo un momento storico difficile, non solo per la pandemia, che vede l’inversione dell’ordine richiamato, così come richiesto dall’European Banking Authority da garanzia-prospettive a prospettive-garanzia. Il budget di cassa e il business plan diventano dunque più importanti delle garanzie reali: facile a dirsi, molto più difficile a realizzarsi.

Il problema non banale del credito all’impresa è di distinguere i buoni progetti imprenditoriali da quelli meno profittevoli. Separare il grano dal loglio è compito non facile anche per il professionista più esperto per due ragioni. Innanzitutto, c’è bisogno di informazioni sulla qualità del progetto che l’impresa in difficoltà è poco propensa a condividere. In secondo luogo, entrambe le parti nel rapporto di credito hanno a che fare con l’incertezza del futuro; ciò che appare profittevole oggi potrebbe non esserlo domani se le condizioni di contesto cambiassero. E una pandemia mette in discussione molte certezze, anche sul credito che già vacillavano. Non tutte le imprese subiscono uguali diminuzioni di fatturato e di liquidità. Non tutti i settori industriali sono esposti in egual misura agli effetti del distanziamento sociale e al rischio di contagio. Prendiamo il caso della Toscana. Seguendo il dettagliato barometro Irpet sugli effetti economici della pandemia, sappiamo che i servizi turistici hanno contribuito per più della metà alla contrazione dell’occupazione regionale, seguiti dagli operatori del commercio al dettaglio. Tra le produzioni del manifatturiero, è l’ampio settore della moda che subisce la maggior contrazione in termini di occupati. La Banca d’Italia in audizione al Parlamento ci avverte che i produttori di servizi avranno maggior difficoltà di ripresa perché soffrono più di altri le conseguenze del distanziamento sociale.

Ma la diversità di impatto è maggiore se consideriamo la dimensione dell’impresa. Le Pmi hanno meno capacità di fronteggiare mancanza di fatturato e liquidità nel breve periodo e, allo stesso tempo, hanno meno garanzie da offrire per accedere al credito per compensare. Eppure, le Pmi sono l’ossatura del Made in Tuscany. Come possiamo tutelarle? A nostro avviso, con la riduzione delle incertezze. Primo, ridurre l’incertezza sulle misure temporanee di sostegno pubblico. Nel corso dell’ultimo anno, a partire da marzo dell’anno scorso, trasferimenti a fondo perduto, garanzie pubbliche e moratorie sui prestiti hanno efficacemente attenuato gli effetti economici sulla crisi. Secondo stime della Banca d’Italia, queste hanno permesso di ridurre il numero delle imprese italiane in deficit di liquidità da 142 mila a 32 mila nel solo 2020. Per ovvie ragioni, tali misure di sostegno pubblico possono essere solo temporanee. Purtroppo, ad oggi si parla di auspicabili proroghe, considerata la perdurante situazione di emergenza, ma non esiste un vero e proprio piano di rientro, che noi auspicheremmo reso pubblico e legato a parametri verificabili che tengano conto della diversa resilienza di imprese e settori. Secondo, è necessario ridurre l’incertezza sull’accesso al credito. È vero che le imprese italiane nel loro complesso avevano rafforzato la propria posizione finanziaria a partire dal 2011, dopo la crisi del debito sovrano, diversificando almeno in parte con il ricorso ad intermediari non bancari e, in qualche caso, rafforzando la propria posizione patrimoniale rispetto al decennio precedente. Ma non basta.

Le Pmi che tanto contribuiscono alla formazione del Pil del nostro Paese, sono quelle che più beneficerebbero da un ammodernamento del sistema finanziario. Ad esempio, sappiamo che vi sono potenziali investitori, e molte sono Pmi a conduzione familiare, con una notevole liquidità sospesa e che nel corso dell’ultimo anno hanno adottato una strategia attendista, wait and see, congelando operazioni d’investimento in attesa che il contesto si chiarisca. Sarebbe auspicabile che in fase di ripresa queste risorse di liquidità andassero incontro alle esigenze dei progetti imprenditoriali più promettenti. Infine, è necessario ridurre le incertezze sul recupero dei crediti. Al venir meno delle misure di sostegno pubblico al credito, si rischia la congestione dei tribunali civili italiani a causa di un’ondata di nuove dispute sul credito e sulle insolvenze. Storicamente, il sistema giudiziario soffre di problemi organizzativi, di carenza di risorse umane e materiali. Emergono, come già osservato, i due aspetti di una consapevolezza intimamente connessa: da una parte, la rilevanza dello stato di salute dell’economia, sul quale incide profondamente il policy design della Regione Toscana; dall’altro l’adozione da parte dei soggetti che popolano il sistema economico di una mentalità che ponga al centro la prospettiva di sviluppo delle proprie imprese in quanto legate nel più ampio ecosistema in cui operano.

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