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Tra avventura e bombe all’iprite, il giornalista Rai Elia racconta in un libro la vita di un aviatore. “E’ un romanzo contro la guerra”

TRENTO. “Scrivere questo libro è stato un modo di elaborare una parte del nostro passato per cui non abbiamo mai chiesto scusa come italiani. È stato fare i conti con una colpa collettiva del nostro Paese”. Presenta così, il giornalista Danilo Elia, il suo ultimo libro, Mostarda. La guerra sporca. Uscito per La Torre dei venti, il romanzo mescola fiction e memorie di un noto asso italiano dell’aviazione, ambientando la storia in una delle pagine più tragiche e terribili del passato nazionale: l’aggressione all’Etiopia.

Partendo dai reportage giornalistici di un giornalista e aviatore, il “professore volante” Vittorio Beonio Brocchieri, Elia dipinge così il doppio piano in cui si trovarono ad agire i piloti italiani negli anni ’30: quello affascinante e attrattivo dell’avventura e della prova sportiva e quello ben più riprovevole della guerra. Una guerra sporca, come recita il sottotitolo, culminata appunto nel conflitto coloniale – sanguinario e tardivo (QUI e QUI degli approfondimenti) – contro l’Etiopia, Stato indipendente facente parte al tempo della Società delle Nazioni.

“E’ questo duplice aspetto, questo contrasto, che ho voluto trasmettere nel romanzo – spiega l’autore nella presentazione tenuta, non a caso, al Museo dell’aereonautica Caproni di Trentoquello fra la passione verso la tecnologia, l’innovazione, e l’esperienza in Etiopia. Brocchieri è prestato alla guerra coloniale, ma poi non prese mai le distanze dai crimini fascisti. Non parlò dell’uso dei gas, visto anche che era strettamente proibito. Ciononostante nei suoi reportage per Il Corriere della Sera si può percepire un dissidio interno. Ed è questo che ho voluto riportare, anche se il mio personaggio, ispirato al professore, giornalista e aviatore Brocchieri, poi ha finito per prendere una vita propria”.

Due storie, nondimeno, si intrecciano nel romanzo di Elia, giornalista Rai non nuovo a fatiche letterarie. Una di queste, appunto, è la guerra scatenata dall'Italia fascista contro l’Etiopia nel 1935. “La guerra fascista per eccellenza – spiega Lorenzo Gardumi, storico della Fondazione Museo storico del Trentino, intervenuto per illustrare rapidamente il contesto storico in cui è ambientato il romanzo – una guerra, nondimeno, che a decenni di distanza fatichiamo ancora a fare nostra, nel senso di riconoscerne i crimini e di elaborarla”.

Gran parte della popolazione italiana, infatti, quella guerra la sostenne. Il regime convinse gli italiani, ed anche in trentini (furono 4000 quelli che vi parteciparono), che l’Italia avesse il diritto ad un impero – continua – nel condurre la guerra, inoltre, il sentimento dominante era che si stesse combattendo contro degli inferiori, non contro degli esseri umani. Non fu una guerra semplicemente coloniale, dunque, ma volta ad eliminare l’altro, ad annichilirlo. In Etiopia gli italiani misero in pratica le teorie di Giulio Douhet sul bombardamento a tappeto, volto a terrorizzare la popolazione e costringerla alla resa. È una guerra tecnologica, totale, condotta con una superiorità tecnologica schiacciante. L'aviazione, usata ad esempio per rifornire le truppe a terra, per portare la posta, ma anche per bombardare indiscriminatamente i nemici e la popolazione civile, pure con i gas, non si confrontò mai con dei pari”.

L’aviazione, lì come nella precedente guerra coloniale in Libia, svolse un ruolo importante. “Il fascismo sfrutta l’immagine eroica e avventurosa del volo a proprio vantaggio - spiega lo storico della Fondazione – i giovani sono affascinati e attratti da quella che è vista sostanzialmente come una prova sportiva. Accanto a questa, però, c’è l’uso bellico dell’aviazione. Questi due piani convivono nell’aeronautica italiana e nel romanzo c’è grande aderenza alla realtà storica su questo, come sulla guerra d'Etiopia”.

I Caproni Ca133 e Ca101, pertanto, non furono che uno dei tanti strumenti tecnologici che marcarono l’asimmetria di questo conflitto, combattuto contro un esercito imparagonabile per livello tecnologico. Sulla popolazione civile, tuttavia, per ordine del capo del regime Benito Mussolini non si risparmiò nemmeno l’uso di armi proibite dalle convenzioni internazionali come l’iprite, conosciuto comunemente come il “gas mostarda”.

Seconda vicenda, che si accavalla con la partecipazione del protagonista alla guerra d’Etiopia, è quella dell’avventura. A bordo del suo Caproni, infatti, questi trasvola l’Unione sovietica, giusto un anno prima di partire per l’Africa. Qui, tra le altre cose, trova anche l’amore. “E’ una furbata del romanziere - scherza Raffaele Crocco, direttore responsabile dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo e per l’occasione intervistatore del collega Elia, che conclude – vi faccio uno spoiler: questo è un romanzo contro la guerra”.