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Tra giustizia e colpi bassi Draghi non tiene più la maggioranza. Letta è stufo di Salvini e chiede di fermarlo

Che la larghissima maggioranza che sostiene l’esecutivo guidato da Mario Draghi, sia trasversale e sicuramente “eterogenea” al suo interno è un dato di fatto e che far convivere visioni opposte come quelle della Lega da una parte e quelle del Pd o LeU dall’altra sia difficile, pure.

Tra giustizia e colpi bassi Draghi non tiene più la maggioranza

Non si tratta solo di sensibilità differenti – vedi l’accesa discussione sul Ddl Zan o sul coprifuoco – ma anche di ‘metodo’. Così lo ha definito Il segretario del Pd, Enrico Letta, che nell’incontro di ieri con il premier ha manifestato ancora una volta tutta la sua “insoddisfazione verso il metodo Salvini”. In sostanza ciò che viene contestata è la strategia salviniana della Lega “di lotta e di governo”, di fare l’opposizione da dentro, come con la petizione lanciata per eliminare il coprifuoco in dissenso con la linea scelta proprio dal presidente del Consiglio. Linea peraltro sconfessata anche in Cdm, dove i ministri del Carroccio si sono astenuti sul decreto Riaperture.

“Basta stare con un piede dentro e uno fuori”, lamentano al Nazareno, chiedendo “correttezza e rispetto nell’impegno comune a sostegno dell’esecutivo”. La risposta di Matteo Salvini non si fa attendere: “Il ‘metodo Salvini’ è la concretezza”, afferma Matteo, elencando le proposte della Lega approvate in Commissione al Senato ieri fra i quali “i soldi per i genitori separati in difficoltà, il riconoscimento ufficiale della lingua italiana dei segni, l’abolizione del canone Rai per bar, ristoranti e alberghi, fondi per le associazioni sportive”, si legge in una nota diramata dal suo ufficio stampa.

Per poi tornare sulla battaglia sulle riaperture: “A metà maggio, se i dati sanitari continueranno ad essere positivi come accade da settimane, ci saranno riaperture, ritorno al lavoro, ripartenza e abolizione del coprifuoco”, guarda caso in contrapposizione a quanto espresso un paio di giorni prima dallo stesso Letta (“La ripartenza è gestibile a patto che non si facciano passare messaggi sbagliati sul coprifuoco. Agli italiani dico: siate responsabili, se seguite Salvini ci giochiamo l’estate. Non date retta a Salvini”.

Letta è stufo di Salvini e chiede di fermarlo

Una quadra in maggioranza su questo – rigoristi vs aperturisti – non c’è e probabilmente non ci sarà mia pienamente, così come su altri temi caldi: i partiti confluiti nell’esecutivo Draghi hanno accettato le larghe intese ma le divisioni ideologiche non possono sparire con la bacchetta magica. E poi c’è la partita per il Colle, in cima ai desideri di tutti, e anche qui le divisioni di campo sono nette: da una parte la cosiddetta maggioranza Ursula (Pd, Movimento 5 stelle e Forza Italia) dall’altra Salvini.

La linea del segretario leghista è chiara: Draghi al Colle ed elezioni anticipate nella primavera 2022, per scongiurare il rischio di logoramento a destra, visto che i numeri (seppur ipotetici) parlano chiaro: Fratelli d’Italia vola nei sondaggi, la Lega è ancora il primo partito nel Paese ma non solo è ormai ben lontano dai consensi raggiunti alle ultime europee, risulta anche in forte calo. Nell’ultima settimana ha perso quasi un punto percentuale passando dal 21,8% al 20,9%, tallonato sempre più da vicino proprio dal partito di Giorgia Meloni in crescita continua e costante (nello specifico, negli ultimi sette giorni FdI è cresciuto dell’1,1%, arrivando al 18,7%, a nemmeno mezzo punto percentuale dai dem).

Salvini ha fretta, sembra ieri che ogni piatto di spaghetti o barattolo di Nutella pubblicato dal Capitano fra un’intemerata contro gli immigrati e una contro le navi delle Ong rimbalzava su tutti i social grazie alla “Bestia”, oggi anche il suo potere mediatico è in netto calo e il 2023 è una data troppo lontana. Il rischio di sorpasso dell’alleata è concreto, il che vorrebbe dire lasciarle la leadership della coalizione e l’eventuale premiership in caso di vittoria alle urne.

Ma per il leader leghista l’insidia non è solo a destra, c’è anche l’asse Pd-M5s (che tenta anche FI) che per il Quirinale ha altre idee: Draghi resta a Palazzo Chigi e una rosa di nomi per il Colle in cui potrebbero entrare personalità per così dire “di garanzia”, non divisive insomma, per una maggioranza appunto composta da Pd, M5s, Leu e Forza Italia con l’intento di mettere la Lega ai margini. Anche – anzi soprattutto – in questo senso vanno lette le dichiarazioni del segretario dem che usa toni ben più duri nei confronti di un “alleato” di governo rispetto, paradossalmente, a quelli riservati all’opposizione di Giorgia Meloni. Che sta giocando, come abbiamo visto, un’altra partita.

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