Italy

Un altro genere di idee (e di forza)

La27ora è nata il 9 marzo 2011. Il 9, non l’8: non volevamo santificare una giornata delle donne, ma attraversarne insieme 365. Il digitale ci dava l’opportunità di creare, nel Corriere, un laboratorio di linguaggi, un cantiere collettivo. L’abbiamo colta per raccontare la necessità (e la bellezza!) di più equità nelle vite di donne e uomini. Abbiamo parlato e parliamo di tutto: di lavoro, famiglie, relazioni, di generi e trans-generi, di identità sessuali libere, fecondità, maternità, paternità, gestazione per altri, portando punti di vista contrastanti, cercando di sbrogliarne la complessità (e a volte la poca chiarezza) per dare a ognuna e ognuno la possibilità di formarsi la propria opinione. E per documentare come stava cambiando l’Italia, con un linguaggio che provava a coinvolgere anche chi è lontano da ogni forma di militanza.
C’è stato un momento in cui si respirava aria di cambiamento. L’idea che poteva essere accelerato e diffuso ci ha impegnato, come media, a cercare e proporre riflessioni, lanciare progetti e sostenere azioni condividendo informazioni ed esperienze.

Lo stallo

Riprendere il filo di questi dieci anni è recuperare le radici di quel cambiamento oggi impellente, sia rispetto alla fatica delle donne che la pandemia ha aggravato, sia per sgrovigliare quello stallo che si è accumulato su un’Italia che nel 2011 aveva ritardi simili ad altri Paesi che oggi, invece, sono su strade di equità più concrete. Sia per cogliere l’occasione degli investimenti di Next Generation Eu (rivolto a noi e alle prossime generazioni) per recuperare su tutti i fronti.
Le quote di genere (diventate legge nell’estate 2011), gli interrogativi che ponevano e le opportunità di riequilibrare la presenza femminile in posizioni in cui le donne affrontavano barriere di ingresso dovute a pregiudizi visibili e invisibili, sono state il punto di partenza di una serie di riforme che abbiamo sostenuto o lanciato.
Nel 2011 in molte prendono coscienza che le donne, oltre a essere la metà della popolazione, avrebbero dovuto essere la metà dell’economia. La fotografia delle donne in equilibrio tra famiglia e carriera l’aveva data il Corriere l’anno prima con due volumi, che con il titolo «Tutto quello che le donne devono sapere», affrontavano questioni che sembravano lontane: la leadership e la scarsa presenza femminile nel mondo del lavoro.
Sì, il diritto all’ambizione spesso contrastato rispetto a doveri considerati più consoni alle donne. Un diritto che abbiamo ripreso in più occasioni, l’ultima con l’inchiesta su lavoro e nuove generazioni (Avere vent’anni in Italia, «Siamo precari ma creativi. L’ambizione è un diritto») condotta con gli strumenti tradizionali del giornalismo e approfondito chiedendo alla generazione Z di raccontarsi/raccontarci attraverso Twitter e Instagram.

Diritti, social e digitale

Diritti e digitale sono nel dna della 27ora, nata come primo blog multifirma in Italia e diventato uno dei siti del sistema Corriere. Un gruppo eterogeneo di giornaliste che rispecchiava la vita e le scelte fuori dal giornale: sposate, conviventi, con figli o in attesa, madri single, laiche, credenti, femministe e non femministe. Si è presto allargato ai colleghi e ha accolto i contribuiti che arrivavano da esperienze, militanze e appartenenze diverse. La scommessa era, ed è, dare spazio alle voci femminili nella società e nello Stato, nella famiglia, nel lavoro, nell’economia, nelle scienze, nella cultura, nello sport per individuare più opportunità per costruirsi un’identità.
Una rete delle reti libera e dialogante con le donne che volevano di più e cercavano modi di esprimersi. Partita dalla questione femminile ha messo a fuoco che era sociale e che poteva essere affrontata solo se co-protagonista della trasformazione a cui si puntava erano (anche) gli uomini. Anzi molte delle questioni avrebbero potuto sciogliersi se a prenderne coscienza fossero stati gli uomini. Idea che oggi sembra scontata ma allora no.
Sulla violenza, per esempio, quando abbiamo scritto «attenzione è una questione maschile» siamo state sommerse di critiche. Dalle donne.
Approdati dalla 27ora all’inchiesta in nove puntate sulle pagine del Corriere e poi diventata il libro «Questo non è amore» (pubblicato per Marsilio con firma collettiva), violenza di genere e femminicidi sono stati un altro dei focus costanti: dalla necessità di sdoganarli dal silenzio a quella di raccontarli con le parole giuste. Con una riflessione in dieci punti (presentata in Senato) abbiamo lavorato sul linguaggio per rendere i mass media parte attiva. A partire da noi.
Anche in questo caso il digitale ha accompagnato le inchieste. Dal 2012 una banca dati, «Oltre la violenza», conta e racconta le storie delle donne uccise. Attraverso whatsApp, per dire #BastaMolestie, abbiamo raccolto l’indicibile: centinaia di testimonianze hanno composto un mosaico di violenze che non ha età. Gli hashtag hanno caratterizzato diverse campagne sui social: #diamociunconsiglio per non abbassare la guardia sugli stereotipi e spezzare la catena dei consigli non richiesti (di capi o compagni); #ringraziounadonna per dire grazie a mamme, nonne, amiche, insegnanti e anche scrittrici, politiche o icone da ricordare; con #storiedidonne sono emerse tante figure femminili che per prime hanno realizzato qualcosa di importante, aprendo la via, alle donne e agli uomini.

2011-2021 |Adesso, né domani né dopo - L’inchiesta

La condivisione

Archiviata la parola e la sostanza del termine «conciliazione», declinata solo al femminile, abbiamo sin dall’inizio assunto come obiettivo il punto di vista della «condivisione», per rafforzare l’idea che qualsiasi cambiamento avrebbe potuto avvenire partendo dalle relazioni private, rafforzando la necessità che carichi mentali e domestici avrebbero dovuto essere messi in comune. E quando si è trattato di affrontare la maternità ci è stato chiaro che non si può migliorare la vita delle donne che diventano madri se la condivisione non comincia da subito. Attraverso l’inchiesta, arrivata nel 2014 al Tempo delle Donne, abbiamo elaborato una proposta di congedi di paternità. Che è stata accolta e portata come disegno di legge in Senato. La legge ha preso corpo con due giorni e dal 2021 ne prevede 10, da fruire entro i primi 5 mesi.
Continuando a immaginarci giovani coppie libere di costruirsi il loro codice di condivisione, siamo approdate all’inchiesta sui servizi necessari (lanciata, a settembre 2020, perché Parlamento e istituzioni ne facessero argomento di confronto e realizzazione in leggi e investimenti, come sta avvenendo in questi giorni). Gli asili nido prima di tutto, senza i quali il Paese muore. Non è una questione femminile, è della società tutta a partire dall’istruzione fino all’economia. E abbiamo fatto i conti: oggi c’è posto al nido per un neonato su quattro e le rette vanno dai 400 ai 700 euro mensili. Obiettivi della nostra proposta erano, numeri alla mano: drastico incremento dei posti per arrivare in 10 anni a soddisfare il 100% della domanda e la riduzione dei costi delle rette. Lo sforzo iniziale si ripagherebbe nel tempo: un asilo è come un hub da dove decollano sicurezza economica e più consumi da parte delle famiglie; posti di lavoro; cura dei piccoli e stimoli al loro sviluppo cognitivo senza diseguaglianze.

Un altro genere di forza

Come dicevamo. La27ora si è assunta il ruolo di motrice del cambiamento. Questi dieci anni di idee, analisi, storie, se volete anche battaglie, non hanno vissuto solo sul digitale e sulla carta. Dal 2014 sono arrivati, con le live inchieste, sui palcoscenici del Tempo delle Donne, aperte al confronto diretto con lettrici e lettori. La forza è stata, ed è, la moltiplicazione dei punti di vista.
Ed è sulla forza che stiamo lavorando da due anni: un altro genere di forza, come lo definisce Alessandra Chiricosta, docente di gender studies e insegnante di arti marziali: non una, ma più forze che non si basano sulle fasce muscolari più sviluppate ma si realizzano nella ricerca di equilibri fisici, psicologici, emozionali e relazionali che permettono di accrescersi rispettando i propri confini. Radicandosi, come nelle arti marziali, e mantenendo il proprio centro. E di forze, in questo momento, le donne, più insieme che mai, ne hanno bisogno più che mai. Per uscire dalla risacca. E questo, a settembre, sarà il centro del Tempo delle Donne 2021. Perché, come dicono le parole della canzone di Giorgio Gaber che, ogni anno, aprono il nostro festival: la libertà è partecipazione.

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