This article was added by the user Anna. TheWorldNews is not responsible for the content of the platform.

Un pugno al cielo per i diritti degli afroamericani: 53 anni fa il gesto iconico di Smith e Carlos

TRENTO. Quel gesto diventato iconico ed entrato fra le immagini più rappresentative del secondo ‘900, sarebbe stato pagato caro dai duecentisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos. Primo e terzo nella finale dei 200 nelle Olimpiadi del 1968, a Città del Messico, marchiarono a fuoco la loro carriera, sancendone la fine. Espulsi dal Comitato olimpico statunitense, allontanati perfino dal villaggio olimpico, pagarono a caro prezzo la manifestazione orgogliosa della loro identità e della loro protesta.

La prova sportiva, nondimeno, fu eccezionale. Smith stabilì il nuovo record del mondo (19.83), nonostante un infortunio e correndo gli ultimi metri con le braccia alzate. Carlos, invece, si classificò terzo con un tempo di 20.10, alle spalle dell’australiano Peter Norman. Ma è sul palco che i due sarebbero stati destinati ad entrare nella storia, mettendo in atto un gesto ampiamente meditato.

Era il 1968. Le piazze di tutto il mondo andavano a fuoco sotto il segno della Contestazione. Gli Usa, dal canto loro, si trovavano nell’occhio del ciclone, impantanati in quella che sarebbe stata la più tragica sconfitta militare della loro storia, la guerra imperialista in Vietnam. Tre anni prima era stato ammazzato l’attivista Malcolm X e migliaia di persone avevano marciato a Selma, in Alabama, per protestare a favore dei diritti civili degli afroamericani. Il 4 aprile del ’68, a Memphis, Tennessee, veniva ucciso da un proiettile di un fucile di precisione il pastore Martin Luther King.

Per questo, Smith e Carlos avevano deciso di mettere in scena una protesta simbolica. Per iniziativa del sociologo Harry Edwards, fondatore l’anno precedente dell’Olympic Project for Human Rights (Ophr), pensarono in un primo momento di boicottare i giochi. Fallito il piano, ripiegarono, nel caso di vittoria, sulla preparazione di un gesto dalla grande carica simbolica. E così, considerando anche la loro forza atletica, avvenne.

Sistematisi sul primo e terzo gradino del podio, al suono dell’inno statunitense abbassarono la testa ed alzarono il pugno, coperto da un guanto nero. Carlos, nella concitazione, se li era dimenticati e per questo i due alzano un pugno diverso. Smith, infatti, concesse il sinistro al suo compagno di squadra. Senza scarpe e con delle calze nere, per simboleggiare la povertà degli afroamericani, l’uno con una sciarpa nera, l’altro con la felpa aperta e la collana di perle – per simboleggiare il lutto, la solidarietà ai lavoratori e le pietre utilizzate nei linciaggi degli afroamericani – Smith e Carlos produssero un grande scandalo, provocando l’ira del Comitato olimpico internazionale, contrario ad ogni manifestazione politica. Nondimeno, anche il loro collega australiano aveva deciso di manifestare la propria solidarietà, attaccando alla tuta la spilletta dell’Ophr.

Per questo furono espulsi dalle Olimpiadi, mentre il destino della loro carriera venne determinato dal clima e dalle decisioni prese nel loro Paese, gli Stati Uniti. Minacciati, insultati, pagarono pesantemente il pugno chiuso al cielo, alzato, come spiegato in diverse interviste successive, in onore delle lotte per i diritti e contro le discriminazione subite dalla comunità afroamericana.

Idoli per un mondo in sollevazione contro le ingiustizie, si videro d’altra parte troncate le proprie carriere nell’atletica. Per questo scelsero di dedicarsi al football, divenendo giocatori dell’Nfl, il campionato professionistico statunitense. Sulle piste ci sarebbero tornati, ma solo come allenatori.