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Usa 2020, John Kerry: «Trump ha detto 17 mila bugie: batterlo si può»

MONACO DI BAVIERA
DAL NOSTRO INVIATO «Nelle prossime elezioni presidenziali in America è in gioco la verità. È un momento cruciale per noi, per la nostra stessa democrazia. Trump adora dire cose non vere, diffondere false notizie, lui è the liar in chief, il bugiardo in capo. Sono 17 mila le bugie di Trump documentate dai quotidiani più autorevoli». John Kerry conosce bene il prezzo delle fake news. L’ex segretario di Stato americano ne fece le spese nel 2004 quando, candidato democratico alla Casa Bianca, una campagna di pura calunnia orchestrata dai repubblicani gettò un’ombra sulla sua impeccabile reputazione di eroe di guerra, danneggiandone irreparabilmente la corsa. Lo abbiamo incontrato alla Conferenza sulla sicurezza apertasi ieri a Monaco.

Dopo l’Iowa e il New Hampshire, è chiaro che i moderati sono in maggioranza tra gli elettori democratici, ma sono divisi. Chi riuscirà a metterli insieme?
«Vediamo cosa succede nelle prossime settimane. Iowa e New Hampshire sono una componente piccolissima del Collegio elettorale».

Ma qual è l’eleggibilità di un sindaco neppure quarantenne come Pete Buttigieg?
«Gli elettori sanno come discernere queste cose. Credo che in questo momento sia importante avere qualcuno con una grande esperienza, in grado di essere pronto dal primo giorno. Il mondo è diventato un posto molto difficile e per questo appoggio Joe Biden. La crisi dei cambiamenti climatici è più grande di quanto le persone non immaginino. È indispensabile che la comunità internazionale agisca insieme e ci vuole qualcuno che abbia la capacità di farlo».

Trump può essere battuto?
«Assolutamente sì. Ma dobbiamo avere un candidato forte e credibile».

Lei è stato l’artefice dell’accordo nucleare con l’Iran. Dopo l’uccisione di Qassem Soleimani, l’uomo forte del regime, il suo giudizio è stato che era un favore fatto all’ala dura di Teheran. L’impressione tuttavia è che questa avesse già preso il sopravvento. È convinto che la diplomazia sia stata abbandonata mentre stava avendo successo?
«L’Iran ha fatto e fa cose nella regione cui siamo fermamente opposti. Abbiamo contestato il suo coinvolgimento in Yemen, il programma missilistico, l’appoggio a Hezbollah, le minacce a Israele e la strategia della tensione in Iraq. Abbiamo imposto sanzioni contro Teheran. Ma volevamo anche togliere l’arma atomica come scenario, per questo era decisivo far prima l’intesa sul nucleare quindi ingaggiarli in una grande trattativa su un nuovo accordo di sicurezza per l’intera area del Golfo. Questa visione è ancora lì, ma nessuno vuole perseguirla. La prima cosa che ha fatto Trump è stata ritirarsi dall’accordo, provando agli iraniani che non si può credere agli Stati Uniti e confermando l’eterno argomento dell’ala dura. Poi è venuta la “massima pressione” con la guerra economica, mirata a indurre il cambio di regime. Abbiamo visto dove ci ha portato questo approccio in Iraq. Ma la verità è che la diplomazia stava funzionando, il Jcpoa veniva rispettato. Tutto quello che doveva fare Trump era sedersi a un tavolo e dire: non mi piace l’accordo, ci sono cose che voi dovreste fare e in caso contrario mi ritiro. Avremmo avuto con noi gli alleati, Francia, Germania, Gran Bretagna, mentre Russia e Cina avrebbero lavorato insieme a noi per arrivare a qualcosa di positivo. Invece abbiamo perso: il vantaggio negoziale, gli alleati e un’opportunità. E ci siamo pericolosamente avvicinati a una guerra. Non è una politica sensata. A Teheran non c’è nessun democratico alla Jefferson che aspetta di essere investito del potere quando cadrà il regime. Ci saranno i Guardiani della Rivoluzione, i successori di Soleimani. E mi creda, non usciranno di scena facilmente. Ordinando l’uccisione di Soleimani Trump ha trasferito agli iraniani il potere decisionale dell’America di andare o meno in guerra. È pericoloso, nessun presidente dovrebbe mai farlo».

Un accordo tra America e talebani è un tradimento del governo amico di Kabul? Non assomiglia un po’ al Vietnam?
«Non mi esprimo su un accordo che non ho visto e non è ancora stato firmato. Tutti vogliamo la pace in Afghanistan e fa bene l’Amministrazione a negoziare. Spero che l’intesa porti a una riconciliazione nazionale con forti garanzie per tutti. Gli Usa dovrebbero in ogni caso mantenere una piattaforma credibile, per prevenire estremismi violenti e fare da deterrente verso i talebani».

In Siria non c’è più alcuna chiara definizione della missione americana. I soldati Usa si ritrovano in mezzo allo scontro tra la Turchia e Assad. Come se ne esce?
«C’è bisogno di diplomazia. La Siria è una ferita aperta. Ci sono stati e in parte ci sono sei o sette conflitti in contemporanea: tra i ribelli e Assad, tra Turchia e curdi, lo scontro tra America e Russia, tra Arabia Saudita e Iran nel quale anche noi siamo in qualche modo coinvolti, tra la coalizione internazionale e l’Isis, tra Iran e Israele. La Siria è la più complicata sfida di politica estera dei tempi moderni, densa di interessi surrogati. Pensi alle ambizioni egemoniche di Erdogan e al suo appoggio a certi gruppi islamici. Gli Usa devono essere parte della soluzione, sicuramente dobbiamo lavorare con la Russia. Sfortunatamente, quando il presidente Obama decise di andare al Congresso per chiedere l’autorizzazione a intervenire, questo fu percepito in Medio Oriente come una mancanza di volontà degli Usa di essere coinvolti e i vari attori reagirono di conseguenza. Putin ha visto un vuoto e lo ha riempito. La diplomazia non è mai stata perseguita con forza. Ci siamo andati vicini, il negoziato che avevo avviato vedeva tutti seduti al tavolo, ma gli interessi surrogati prevalsero».

Westlessness, assenza dell’Occidente, è il titolo di questa edizione della Conferenza di Monaco. È così?
«Penso sia un’aberrazione momentanea, frutto di un presidente che vuole attaccare la Nato, i nostri alleati e loda i regimi autoritari. Occorre una nuova leadership che creda a quello che abbiamo creato negli ultimi 75 anni, una grande storia di successo di cui però nessuno oggi si erge a difesa».