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Usa 2021, quelle 35 parole che fecero impappinare Obama

NEW YORK. Trentacinque parole. Sono quelle del giuramento da presidente degli Stati Uniti, che Joseph Robinette Biden Jr. sarà chiamato a pronunciare ad alta voce a mezzogiorno, sul palco allestito nel lato ovest di Capitol Hill. Trentacinque parole, sempre uguali. Ma è tutto il resto a essere più volte cambiato in passato. L’Inauguration Day, la cerimonia di insediamento, si è evoluta negli anni, segnata da innovazioni, rottura del protocollo, gesti spontanei, errori. 

IL GIURAMENTO

 Franklin Pierce, nel 1853, scelse la parola “affermo” invece di “giuro” o “dichiaro”, e non baciò la Bibbia. John Quincy Adams, nel 1825, preferì utilizzare un testo che conteneva la Costituzione. Lyndon Johnson giurò sull’Air Force One, il 22 novembre 1963, dopo l’assassinio di John F. Kennedy. L'immagine storica scattata dal fotografo ufficiale della Casa Bianca, Cecil Stoughton, mostra il nuovo presidente con la mano destra alzata, e accanto Jacqueline Kennedy. Ripetere trentacinque parole sembra la parte più semplice di tutta la giornata, ma se a impappinarsi è colui che amministra il rito e deve suggerire il testo? E’ quello che è successo per l’insediamento di Barack Obama, passato alla storia per essere stato il presidente più carismatico e in pieno controllo tranne quando dovette recitare quelle trentacinque fatidiche parole. La prima volta saltò di dire “faithfully”, “fedelmente”, ma l’errore fu a monte del giudice, che aveva saltato una parola. Obama ripeté il giuramento una seconda volta, ma non venne benissimo, al punto che il giorno dopo, il 21 gennaio, alle 7,30 di sera, il giudice andò segretamente alla Casa Bianca e ripeterono il giuramento. In “25 secondi - come scrisse il New York Times - Obama era diventato di nuovo presidente”. L’annuncio venne dato solo a rito ultimato. 

IL DISCORSO UFFICIALE

L'atto politico più importante resta il primo discorso ufficiale, un’occasione storica di parlare a tutto il Paese. Se togliamo l’intervento più breve della storia, quello di George Washington, che per il secondo mandato mise insieme appena 135 parole, tutti i presidenti hanno dato sempre un grande valore a questo momento. La prima volta che il discorso venne trasmesso in televisione agli americani fu in occasione del secondo mandato di Harry Truman, mentre nel ’97,  l’Inauguration Day di Bill Clinton venne trasmessa per la prima volta in streaming su internet. Secondo gli storici sono almeno quattro i discorsi che segnarono una svolta: quello di Andrew Jackson nel 1829, considerato l’antesignano dei populisti, in cui il presidente annunciò l’importanza del popolo americano su ogni cosa, per poi tre mesi dopo firmare l’Indian Removal Act con cui decise di cacciare dalle loro terre decine di nativi americani. Abramo Lincoln, nel 1861, tentò di unire Nord e Sud, un mese prima dello scoppio della Guerra civile, mentre resta iconico il messaggio di John F. Kennedy il 20 gennaio 1961, “amici americani, non chiedetevi cosa il Paese possa fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il Paese”. Erano i tempi della Guerra fredda con l’Unione Sovietica. Con Donald Trump, nel 2017, il discorso è diventato breve, duro, ancora più populista. Quattro anni fa il tycoon ripeté gli slogan della sua campagna elettorale, l’”America first”, per poi lanciare un attacco alla credibilità della democrazia, mettendo in contrapposizione l’establishment politico e il popolo. Già Ronald Reagan lo aveva fatto il 20 gennaio dell’81 quando disse la famosa frase “il problema è il governo” e annunciò l’intenzione di limitare l’influenza dell’elite federale. 

LA PARATA

La terza parte più importante dell’evento, quella celebrativa, è la parata finale lungo Pennsylvania Avenue. Nell’85, per il secondo mandato di Reagan, venne annullata perché Washington era coperta di neve e battuta da un vento polare che aveva fatto scendere la temperatura a -14. Jimmy Carter, invece, nel ’77 trasformò quella sfilata in un momento iconico: decise di scendere dall’auto presidenziale, e percorse quasi due chilometri a piedi, stringendo la mano della figlia di 9 anni, Amy, che a sua volta teneva quella della madre, Rosalyn Carter. Nel 2013 ispirò Obama, che decise di far fermare la limousine a metà strada per uscire e salutare gli americani, stringendo la mano di Michelle. La folla li salutò con urla da concerto. Da uomo di cinema, Reagan fece piazzare una telecamera dentro la limousine per riprendere tutta la sfilata. Trump salutò dalla macchina ottomila persone assiepate lungo le transenne. Biden vedrà solo una strada vuota, per lui solo una parata virtuale. 

LA POESIA

Kennedy è stato il primo ad aggiungere un poeta all’evento di insediamento: Robert Frost, 86 anni, doveva leggere “The Preface”, versi che aveva composto per l’occasione, ma il riverbero della neve sugli occhiali, unito al sole, non gli permisero di leggere. Il vicepresidente Johnson provò a fargli ombra con il cappello, ma fu inutile. Frost decise di recitare a braccio i versi di “The Gift Outhright, che conosceva a memoria. Nel ’93, per Bill Clinton, la grande poetessa Maya Angelou lesse “On the Pulse of Morning”, segnando uno dei momenti artistici più belli nella storia dell’Inauguration Day. La poesia, nelle settimane successive, fu la più letta in America e venduta in milioni di copie. Nel 2013, per il secondo mandato di Obama, Richard Blanco lesse “One Today”. Trump non ha voluto poeti. 

LA MUSICA

Tra i musicisti, Aretha Franklyn e il violoncellista Yo-Yo Ma si esibirono nel 2009 per Obama. Beyoncé cantò l’inno all’inizio del secondo mandato. Con George W. Bush si esibì, in un evento organizzato alla vigilia, Ricky Martin. Con Trump, invece, sono saliti sul palco artisti con un’origine più popolare. Tra queste Jackie Evancho, 17 anni, la cantante che si era piazzata al secondo posto nell’edizione di “America’s Got Talent” e le scintillanti ballerine del The Radio Rockettes. Trump le considerò l’omaggio che New York avrebbe dovuto tributargli. Approccio diverso da Obama. Quando consegnò a Bruce Springsteen, che si era esibito per lui nel 2009, il Medal of Freedom, il più alto riconoscimento americano, il presidente commentò, facendo un ideale passo indietro: “I’m the president, but he’s the Boss”.  

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