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Vertice Biden-Putin: due versioni, nessuna felicità e «un lampo di fiducia»

dal nostro inviato
GINEVRA — La ricerca della felicità non è l’obiettivo dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Né il vertice di Villa La Grange porta a risultati concreti, lasciando irrisolti tutti i punti critici che li dividono. E tuttavia, tre ore di colloqui accendono un lampo di speranza che tra Mosca e Washington possa riprendere e consolidarsi un «dialogo pragmatico basato sui rispettivi interessi» e mirato a costruire fiducia reciproca. Non c’era amicizia prima e non c’è neanche dopo, tra Joe Biden e Vladimir Putin. Ma dall’incontro del Lemano emergono uno sforzo di civile comprensione e un disegno distensivo, che riporta a regime le relazioni diplomatiche con il ritorno degli ambasciatori nelle due capitali e promette la ripresa di trattative per la stabilità strategica e il disarmo nucleare, tema sul quale il Cremlino rimane per la Casa Bianca interlocutore imprescindibile per la sicurezza collettiva.

È stato un summit dove il linguaggio ha probabilmente contato più della sostanza. Sia Putin che Biden sono stati attenti a evitare dure polemiche, pur marcando i loro dissensi. Il presidente russo ha elogiato il capo della Casa Bianca come «partner costruttivo, equilibrato e di grande esperienza», definendo i colloqui «privi di ostilità». Biden, che ha iniziato la sua conferenza stampa quando l’altro ha finito, ha detto «che non ci può essere alcun surrogato al dialogo personale tra i leader di due Paesi potenti e orgogliosi», notando che il tono delle conversazioni è stato «buono e positivo» e che anche i disaccordi sono stati espressi senza iperboli e attriti: «Non ci sono state minacce — ha commentato il leader americano — ma ho spiegato al presidente Putin che gli Stati Uniti risponderanno a ogni violazione della sovranità democratica, loro e dei loro alleati».

Il vertice si è svolto in due parti. Alla prima, durata poco più di un’ora davanti a un mappamondo, nella splendida biblioteca della villa ottocentesca, hanno partecipato solo i due leader e i rispettivi ministri degli Esteri, il russo Sergej Lavrov e il segretario di Stato americano Tony Blinken. La seconda, allargata, è andata avanti per quasi novanta minuti, con sei americani oltre Biden, fra i quali il consigliere per la Sicurezza nazionale Jack Sullivan, la numero due del dipartimento di Stato, Victoria Nuland e l’ambasciatore americano a Mosca, John Sullivan. Dall’altra parte del tavolo, con Putin, otto persone fra cui il viceministro degli Esteri Anatoly Riabkov, il capo di Stato maggiore generale Valery Gerassimov e l’ambasciatore a Washington Anatoly Antonov.

Onorando la tradizione dei vertici del passato, la cosa migliore che esce dall’incontro di Ginevra è probabilmente la dichiarazione congiunta in cui Mosca e Washington rinnovano il loro impegno al disarmo e alla riduzione dei rischi nucleari, esemplificato dal rinnovo per cinque anni del Trattato New Start, che limita a 1.550 le testate atomiche e a 800 i vettori intercontinentali per parte, deciso in gennaio dalla nuova amministrazione: «Oggi — recita il documento — riaffermiamo il principio che una guerra nucleare non può essere vinta e non dovrà mai essere combattuta». Usa e Russia avvieranno un nuovo round di negoziati preliminari per ulteriori misure, tese a dare prevedibilità e stabilità all’equilibrio strategico. In conferenza stampa, alla domanda se dopo questo vertice sia stato scongiurato il rischio di una nuova Guerra Fredda tra Usa e Russia, Biden ha risposto: «Penso sia l’ultima cosa che Putin voglia».

Ma nessuno dei temi caldi è stato ignorato. La cybersecurity in primo luogo: Biden ha consegnato a Putin una lista di 16 infrastrutture critiche, che l’America considera intoccabili. «Gli ho detto che non tollereremo attacchi cibernetici né altri tentativi di destabilizzare i nostri processi democratici. E che se questo dovesse accadere, risponderemmo con tutte le nostre capacità in questo campo». Putin ha di nuovo negato ogni coinvolgimento nei blitz degli hacker, rovesciando l’accusa su pirati del web di provenienza americana.

E poi i diritti umani, dove Putin si è lanciato in una lunga filippica contro gli Stati Uniti, citando di tutto e di più: la presunta repressione dell’attacco al Congresso del 6 gennaio, i bombardamenti sui civili in Afghanistan, le violenze della polizia contro gli afroamericani. «Paragoni ridicoli», ha replicato Biden mezz’ora più tardi in conferenza stampa. E al presidente russo il quale, senza citarne il nome, aveva detto che «Aleksej Navalny ha di proposito violato la legge russa», il capo della Casa Bianca ha risposto: «Gli ho detto chiaramente che se Navalny dovesse morire in carcere ci sarebbero conseguenze devastanti per la Russia». Ma Biden ha cercato anche di spiegare a Putin che la sua agenda non è «contro la Russia, ma per il popolo americano» e che la difesa dei diritti umani ovunque siano negati, fa parte del Dna dell’America: «Come potrei fare il presidente degli Stati Uniti, se non denunciassi a voce alta queste violazioni?».

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