Italy

Vietato vaccinarsi al peggio

L’emergenza da piegare e le risposte che si chiedono a Emiliano, Lopalco e le Asl

di Michele Pennetti

Abbiamo vaccinato costruttori, sindaci di piccoli Comuni e altri fortunati (o privilegiati?) fuori da ogni lista prioritaria (la Procura di Bari indaga). Abbiamo vaccinato gli anziani di una Rsa ad Adelfia e con la divertita partecipazione del personale sanitario ci siamo concessi di festeggiare l’evento con canti e balli così ravvicinati da aver causato tre decessi e decine di contagiati (la Procura indaga). Vaccineremo da metà marzo i magistrati (la Procura non indaga) e da aprile gli avvocati. Ma non chi ha 79 anni o un figlio con il tumore al cervello (raccontiamolo a qualche famiglia del quartiere Tamburi di Taranto) o un dializzato che si divide tra una casa e una clinica o la commessa di un affollato negozio del centro. Abbiamo invitato migliaia di ultraottantenni allettati o più fragili a prenotare la vaccinazione a domicilio. E poi ci siamo scusati con loro attraverso una motivazione («c’è stato un difetto di comunicazione») che nemmeno in un adattamento del teatro dell’assurdo di Eugene Ionesco. Eppure la verità è che siamo talmente vaccinati al peggio da indignarci più per lo slang appulo-cozzalo (sì, a Bari si dice cozzalo, con la elle) di Lolita Lobosco che non per il frettoloso progetto del costoso ospedale alla Fiera del Levante (la Procura indaga), tenuto a battesimo oltre un mese fa ma ancora senza un paziente perché, nel realizzarlo, ci siamo dimenticati di predisporre i bagni e fiutare che là dentro occorrono flotte di medici e infermieri (a trovarli, però).

Tempo scaduto

In calce a questo drammatico, sconcertante, spinoso cahier de doléances c’è la firma della Regione Puglia. Con le sagome di chi ci mette la faccia - il governatore Michele Emiliano e l’assessore-professore-teleubiquo Pier Luigi Lopalco - ma anche delle Asl e dei loro manager che invece la faccia, sovente, la imboscano dietro le sagome di cui sopra. I gestori locali di un’emergenza sanitaria senza precedenti, tuttavia, anziché lasciarsi scorticare dalle critiche, adesso hanno il dovere – se non l’occasione – di tirare una riga sui lapsus e le omissioni della seconda ondata. Scaduto il tempo dei «non sapevamo», del virus che «ha colto di sorpresa chiunque», del «rimanere in zona arancione è preferibile che tornare in giallo» salvo poi inviare al ministero i dati corretti affinché in giallo si tornasse, è scoccata l’ora di salire con il livello di responsabilità operativa congrua alle esigenze dei cittadini e, soprattutto, alla loro urgenza di riconquistare fiducia.

La scuola e altri pasticci da evitare

Nonostante sparare sul pianista sia uno degli sport più praticati al mondo, in questo momento storico nessuno può avere la presunzione di chiedere passi di lato o abbandoni di ruolo a chi lavora in prima linea. La complessità della fase che viviamo è oggettiva, il coefficiente di difficoltà nella soluzione dei problemi altissimo. Ma tentare di uscire dal vicolo cieco, di cambiare le cose in meglio, è una convenienza che può transitare – come scriveva mirabilmente Sabino Cassese sul Corriere della Sera di ieri – persino da uno scarico di attribuzioni da parte delle Regioni. Del resto non è stata la Corte costituzionale a stabilire che solo lo Stato può occuparsi della materia “profilassi internazionale”? E cosa c’è di più internazionale di una pandemia? Emendando il metodo su alcune questioni fondamentali si eviterebbe – per citare l’esempio più appariscente – di pasticciare ancora sulla scuola e impantanarsi in un balletto di ordinanze, ricorsi e sospensive che hanno corrispondenti ragioni da vendere e la sola conseguenza di mandare in confusione genitori e presidi, studenti e insegnanti.

Riorganizzarsi alla svelta

Però è soprattutto alla macchina che la Puglia deve rifare il tagliando. Mettendola nelle condizioni di riprendere a tracciare l’epidemia in modo capillare, di usare opportunamente e in totale trasparenza le (poche) dosi di vaccino che arrivano, di attingere a piene mani dai serbatoi di medici di base (con accordi veri e non capestro), farmacisti, operatori socio sanitari e volontari per provare a riempire i vuoti del sistema, di ricalcare i modelli virtuosi (Lazio, Veneto, Emilia Romagna), di dotarsi alla svelta di un’organizzazione solida e reattiva al fabbisogno di quattro milioni di persone. Forse siamo all’ultimo miglio, come dice il ministro della salute Roberto Speranza. Ma una macchina con le ruote sgonfie e la guida incerta farà molta più fatica a percorrerlo.

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