ROMA - In alcuni casi si tratta di categorie affini a quelle “ristorate”, il cui codice Ateco però non rientra tra quelli indicati dal decreto appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale: le macchine per la distribuzione automatica, i servizi mensa, i bar dei centri ricreativi come i circoli Arci o Acli, le lavanderie industriali, le scuole di danza. Ma ci sono anche categorie non considerate sotto alcun aspetto, come commercialisti, agenti di commercio, consulenti del lavoro, che lamentano cali fortissimi di fatturato. O le colf, che rischiano di nuovo massicci licenziamenti: le famiglie hanno paura di farle lavorare in questo momento. Gli “esclusi” si preparano a trovare una sponda in Parlamento.

Qualcuno l’ha già trovata: «In queste ore stiamo lavorando per garantire ristori dignitosi anche alle attività dei centri culturali e ricreativi - spiega Stefano Lepri, responsabile Terzo settore della segreteria Pd -. Al momento sono infatti previsti per i soli operatori con partita Iva». Che, spiega Claudia Fiaschi, portavoce del Forum del Terzo Settore, sono solo il 30% di 218 mila: «Nei piccoli centri rurali spesso questi centri sono l’unico punto di riferimento. In mancanza di un aiuto, molti di loro non saranno in grado di riaprire al termine della pandemia».

Fuori anche la ristorazione collettiva, colpita dal ricorso allo smart working, che ha di fatto smantellato le mense aziendali, e dallo stop alle scuole, che ha fermato anche la fornitura di pasti per le classi a tempo pieno. «Per effetto della pandemia, le nostre imprese stanno registrando una flessione fino al 50% dei fatturati - spiega il presidente di Anir Confindustria Massimiliano Fabbro -. A rischio migliaia di lavoratori». Flessioni superiori al 50% del fatturato anche per la distribuzione automatica, legata soprattutto agli uffici, ma anche alle scuole: «A rischio le 4 mila imprese che in Italia danno lavoro a oltre 30 mila persone con un indotto di altre 12mila», denuncia il presidente di Confida, Massimo Trapletti. Tra gli esclusi del settore della ristorazione anche le dimore storiche e le imprese che organizzano eventi, congressi e matrimoni, queste ultime, rileva Michele Boccardi, presidente di Assoeventi, presenti nell’ultima bozza del decreto ma poi «cancellate da una manina».

Nel settore turismo esclusi servizi fondamentali come gli autobus turistici. Fuori anche le lavanderie industriali, «300 aziende che danno occupazione a più di 8.000 mila addetti con una previsione per il 2020 di una perdita di fatturato di 400 milioni di euro», dice il presidente di Assosistema Marco Marchetti. Escluse, come nei precedenti decreti, le 30 mila scuole di danza, presidio della cultura musicale e del balletto ma mai considerate in tutti questi mesi: il loro codice Ateco, 85.52.01, è sconosciuto a Palazzo Chigi.

Escluse poi anche le categorie più deboli: «Il decreto ristoro - denuncia il leader della Uil, Pierpaolo Bombardieri - si è dimenticato di una misura di sostegno a tutte quelle figure professionali che stanno con i contratti di collaborazione sotto i 5 mila euro, pensiamo al settore della ristorazione, dello spettacolo, del teatro e nelle palestre».