Italy

A casa con il carceriereItaliane e quarantennile donne più colpite

Lo avevamo descritto nel momento in cui stava succedendo. Il lockdown di questa primavera aveva ingigantito un’emergenza all’interno dell’emergenza sanitaria in corso: le donne vittime di violenza chiuse in casa con i loro aggressori, senza più occasioni sociali per confrontarsi, sfogarsi, cercare soccorso. Così le richieste d’aiuto erano diminuite: un silenzio più simile a una mano chiusa sulla bocca che a un calo reale di violenze, come dimostrano i dati degli enti che raccolgono il grido di allarme delle donne e, in parte, quelli della Questura. Finito il primo lockdown, le donne vittime di violenza sono tornate a farsi sentire, ancora più di prima: hanno “recuperato” il tempo sospeso, passato a subire senza poter levare una mano e ricevere protezione.

Fondazione Somaschi Onlus a Milano e periferia è uno dei principali enti del Terzo Settore che compongono la rete antiviolenza di Milano e dell’hinterland. Gestisce 11 presidi di aiuto per le donne vittime di maltrattamento e ha alloggi secretati dove accogliere con urgenza le donne che hanno bisogno di protezione. Le restrizioni di movimento imposte dalla pandemia, ma soprattutto la sospensione di molte attività sociali (scuole per i più piccoli, accesso a giardini e parco giochi: tutte occasioni che nel lockdown cosiddetto “soft” di oggi sono rimaste) avevano causato nel solo mese di marzo una riduzione degli accessi ai centri della Fondazione e dei contatti telefonici di circa il 40%. «Nel primo lockdown — dice Chiara Sainaghi, responsabile dei servizi antiviolenza della onlus — la sorveglianza da parte dell’autore di violenza è diventata costante rendendo molto difficile per le donne anche solo contattarci telefonicamente». Non a caso, «le situazioni di maltrattamento si sono spesso acuite a causa della convivenza continua, tanto che nei mesi successivi si è registrata una forte ripresa della richiesta di aiuto». Il numero di donne messe in protezione, ossia accolte negli alloggi della onlus, ha già quasi raggiunto quello registrato nell’intero 2019: 27 donne da gennaio alla prima metà di novembre contro le 29 accolte in totale nel 2019. Di queste, 23 hanno figli, per un totale di 33 minori.

Prima della messa in protezione, c’è la richiesta di aiuto: da gennaio alla prima metà di novembre si sono rivolte ai presidi della Somaschi 491 donne (nell’intero 2019 erano state 550). Sei su dieci hanno figli minori e sono italiane. Il 32% ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni. Perché arrivano a chiedere aiuto? Violenza psicologica nell’82% dei casi, fisica nel 65%. C’è poi quella economica (16 %), sessuale (12 %) e lo stalking (8,7 %). Gli autori dei maltrattamenti e delle violenze? I mariti sei volte su dieci, i conviventi due volte su dieci.

Numeri da accostare a quelli che arrivano dalla Questura, che ha registrato nella provincia di Milano 305 violenze sessuali nel periodo gennaio-settembre 2020, rispetto ale 296 dello stesso periodo nel 2019. In leggero calo, invece, quest’anno i maltrattamenti contro familiari o conviventi (874 rispetto a 946) e in generale gli atti persecutori (486 contro 590). Una “buona notizia” arriva dal numero degli omicidi in ambito familiare/affettivo con vittime donne: erano stati cinque da gennaio a settembre 2019, quest’anno due. Più che dimezzati.

In questo quadro, che rimane di allarme non solo per le donne ma per l’intera società, è ormai chiaro che tra le attività più importanti per prevenire e contrastare la recidiva (l’85% degli uomini autori di violenza reitera il proprio comportamento) vi sia la rieducazione dei maltrattanti. La Fondazione Somaschi lo fa attraverso il progetto sperimentale «Nonpiùviolenti». È partito a Milano nella primavera del 2018 e si tratta di un percorso gratuito guidato da uno psichiatra e uno psicoterapeuta con incontri di gruppo a cadenza quindicinale. Ad oggi gli uomini coinvolti — spontaneamente, su richiesta della compagna vittima di violenza o in seguito all’invio di servizi sociali, legali e autorità giudiziarie — sono 32, dai 18 ai 70 anni e principalmente italiani. Con risultati incoraggianti: finora si è registrato un solo caso di recidiva. «Le donne che accogliamo nei nostri centri e delle case protette hanno paura di tornare a casa ed essere in pericolo. Punire gli uomini violenti è necessario ma non basta — dice Sainaghi —: il trattamento degli uomini deve diventare a tutti gli effetti un pezzo del sistema del contrasto alla violenza di genere».

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