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Bambini contesi. Il caso Eitan insegna che i parenti non sono sempre una garanzia. Occorre investire di più sulle figure tecniche che interagiscono con i minori

Lo sconvolgimento per la tragedia del Mottarone con le sue quattordici vittime e per la gestione dell’inchiesta imbrigliata in inaccettabili lungaggini burocratiche si somma allo sconvolgimento procurato dal rapimento di Eitan Biran, il bimbo di sei anni sopravvissuto all’incidente, che dopo aver perso i suoi genitori nel tragico evento diventa oggetto di contesa familiare (leggi l’articolo).

Eitan arrivato in Italia da Israele quando aveva solo un anno è stato affidato alle cure della zia paterna Aya, nominata sua tutrice legale, così da poter continuare la sua vita dove in fondo è sempre stata: in Italia, paese di cui ha la cittadinanza ma soprattutto paese in cui è cresciuto conservando pur sempre una relazione con il ramo materno di cui fa parte il nonno, Shmuel Peleg (nella foto), che oggi è il suo rapitore.

UNA STORIA ESEMPLARE. All’origine di quello che figura come un reato (penale che prevede condanna e arresto da uno a quattro anni; civile perché non rispetta la Convenzione dell’Aia del 1980) pare ci sia una disputa di carattere religioso in quanto il nonno di religione ebraica non avrebbe accettato l’iscrizione di Eitan a una scuola cattolica.

La macroscopica complessità del caso che investe l’Italia quanto Israele dovrebbe avere come risoluzione una mediazione familiare tra le autorità per il rientro spontaneo del piccolo in Italia ma, se questo non dovesse accadere, la decisione allora smetterebbe al tribunale civile israeliano che attraverso l’avvio di un’istruttoria in cui il ruolo degli psicologi e degli assistenti sociali è decisivo potrebbe emettere ordine di rimpatrio o, chissà, negarlo.

PRIMA VENGONO I MINORI. La storia di Eitan, che certamente non sarà risolta in tempi brevi, porta con se la drammatica necessità di una riflessione sui minori e su quello che dovrebbe essere il riconoscimento e la salvaguardia del loro bene supremo, difendendoli dal pericoloso meccanismo di alienazione parentale che sottotraccia sembra caratterizzare anche la storia di Eitan.

Un uomo che arriva a infrangere la legge, cosa per lui non inedita essendo già stato condannato in tre gradi di giudizio per violenze ai danni della sua ex moglie, cosa potrà mai raccontare a un bambino orfano preda di una fisiologica vulnerabilità dettata dall’età e dalla sua vicenda? Presumibilmente lavorerà per convincerlo che il resto della sua famiglia, quella italiana che lo ha iscritto ad una scuola cattolica, non può occuparsi di lui bene quanto saprebbe farlo lui. E così il percorso di alienazione ha inizio rischiando di trovare terreno fertile, poiché il minore può instaurare – come dimostrano innumerevoli casi – un legame patologico con la figura alienante fondato su un processo di manipolazione psicologica.

LEZIONE PREZIOSA. Così Eitan ricorda a tutti noi l’importanza di investire ulteriori risorse economiche e culturali nella delicatissima formazione di figure tecniche che interagiscono con i minori al punto di poter decidere i loro destini occupando ruoli in cui spesso la discrezionalità, dunque anche la sensibilità, ha una grande rilevanza. Onde evitare errori e orrori nei processi di affidamento dei minori di cui le pagine della cronaca restano tristemente piene al punto da non fare più notizia.

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