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Bombassei: “Per assumere più giovani le aziende non paghino contributi per due anni”

Roma - Non far pagare alle aziende i contributi dei neo assunti per due anni. È la proposta di Alberto Bombassei, classe 1940, presidente e fondatore della Brembo (2,2 miliardi di fatturato nel settore dei freni per auto e moto, 12 mila dipendenti, 30 stabilimenti in 15 Paesi, 5 centri di ricerca), ex vice presidente di Confindustria, ex parlamentare. «Avremmo due vantaggi — spiega l’imprenditore — : far crescere le aziende e rilanciare l’occupazione dopo aver perso quasi un milione di posti di lavoro per colpa della pandemia».

Dunque, lei è favorevole al “rischio calcolato” che si è preso il governo Draghi di riaprire gradualmente quasi tutte le attività nonostante i segnali che arrivano dal fronte sanitario non siano tutti positivi? Era una richiesta anche del mondo industriale?
«La considero una scelta saggia, coerente con l’approccio e il modo di ragionare del presidente Draghi. Purtroppo mi sembra che, invece, alcuni esponenti politici anche della maggioranza siano più interessati ai sondaggi quasi quotidiani sulle intenzioni di voto, che alla seria e duratura ripartenza del nostro Paese. E a questo proposito riaprire con prudenza non significa che abbiamo superato il tema virus. Quanto accade vicino a noi, dalla Germania alla Francia, ci deve ricordare che siamo ancora impegnati in un percorso rischioso almeno fino all’estate. Nello stesso tempo non possiamo non considerare il fatto che ci sono categorie in estrema e drammatica difficoltà, che non sanno più come campare».

Riaprire i servizi che più hanno pagato la pandemia può aiutare anche il sistema manifatturiero?


«Assolutamente sì, qualsiasi decisione che rimette in azione l’economia con la circolazione di denaro non può che aiutare il sistema produttivo. Nello stesso tempo va detto che la manifattura in senso stretto ha continuato a lavorare lungo tutto questo anno. Per noi della Brembo, per esempio, l’effetto del virus è stato molto limitato».

Niente cassa integrazione?
«Quasi per nulla, un po’ solo all’inizio della pandemia. Quest’anno stiamo lavorando a pieno ritmo».

Il premier Draghi ha indicato nella crescita del Pil lo strumento per ripagare l’enorme debito pubblico che stiamo accumulando per fronteggiare l’emergenza economica. Condivide questa strategia? Pensa che l’Italia sia in grado di aumentare il suo tasso di crescita e non essere più la maglia nera in Europa?
«Ritengo che sia una strategia di puro buon senso, ricordiamoci che prima del Covid il nostro debito pubblico viaggiava già intorno al 140 per cento rispetto al Pil. Il modo più sano, e anche l’unico per ridimensionare il debito nel breve-medio periodo e renderlo sostenibile è quello di aumentare il denominatore, ovvero proprio il Pil nazionale. Questa è la medicina che dobbiamo prendere. E crescere vuol dire anche cambiare l’approccio degli industriali».

È un’autocritica, essendo lei un industriale. Quale?
«L’Italia ha un numero di piccole, piccolissime aziende troppo alto rispetto ai suoi competitor. La pandemia sta accelerando i processi di trasformazione dei modelli produttivi e per le imprese di così piccole dimensioni non ci sarà più spazio nei mercati globali. Sono necessarie aggregazioni».

Vecchia questione, ma non di facile soluzione perché ogni piccolo industriale è geloso della propria azienda. Cosa può fare il governo?
«Incentivare la crescita dimensionale. Si può fare in tanti modi, certo non ci manca la fantasia».

Ne dica uno.
«Penso al lavoro. Abbiamo perso quasi un milione di posti di lavoro nell’ultimo anno e il tasso di occupazione nell’Italia pre-Covid era comunque uno dei più bassi d’Europa. Ecco, penso che l’azzeramento per due o più anni dei contributi a carico delle imprese per le nuove assunzioni di lavoratori potrebbe aiutare da una parte la crescita delle imprese, e dall’altra mitigare la crisi occupazionale. Per questo una strada di questo tipo potrebbe essere condivisa anche dal sindacato che, nonostante tutto, continua ad avere giustamente un suo ruolo».


La grande sfida è quella del Recovery Plan. Il governo ha confermato che lo presenterà a Bruxelles il 30 aprile. Di cosa avrebbe bisogno l’industria?
«Di piani seri per realizzare le infrastrutture fisiche e immateriali su cui siamo in fortissimo ritardo; di certezza del diritto in tema di attività di impresa sia nel campo civile sia in quella penale. Ma soprattutto di una pubblica amministrazione efficiente, moderna e digitalizzata. Dobbiamo dirlo con forza, ora o mai più: il mondo non aspetta le nostre leggi astruse e le nostre lungaggini. Le faccio un esempio. Per produrre i dischi dei freni si utilizza anche il manganese che si importa dall’Africa e pure a caro prezzo. Il manganese però di trova in tutte le batterie che utilizziamo, comprese quelle degli smartphone. Abbiamo proposto, in una logica di economia circolare, proprio come suggerisce l’Europa, di estrarre il manganese dalle vecchie batterie. Siamo pronti, i giovani scienziati della Brembo hanno preparato tutto, ma da quasi due anni combattiamo per avere i permessi contro una burocrazia cieca a tutti i livelli. Ecco, così non si può più andare avanti. Il Recovery Plan deve essere l’occasione per voltare pagina»

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