Italy

Conte cerca la fiducia, ma i veti su Renzi non risolvono i problemi

Che esito avrà il confronto parlamentare dopo le comunicazioni che il Presidente del Consiglio farà oggi e domani alle Camere è ancora incerto. Dipende da che accoglienza avrà l’appello che il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha lanciato, aprendo la direzione del suo partito, a “liberali, democratici ed europeisti”, affinché votino la fiducia a Conte. Un appello dai toni inconsueti che, nella sostanza, per avere effetti concreti dovrebbe comportare che un consistente numero di parlamentari di Italia Viva si dissoci dalle indicazioni del proprio gruppo dirigente e, in particolare, da Matteo Renzi, bollato come “inaffidabile e irresponsabile”.

A parte i profili di costume (sollecitare la “transumanza” individuale, già così diffusa nell’attuale Parlamento, non è il massimo dello stile) c’è da chiedersi: basterebbe mozzare la testa dell’incauto Renzi per risolvere in un colpo solo tutti i problemi che offuscano lo scenario politico? La risposta è: decisamente no. A riconoscerlo, del resto, è lo stesso Zingaretti, quando rivendica che anche il Pd aveva, da tempo, chiesto al governo un “cambio di passo”.

Con una differenza, rileva (Ansa, 16 gennaio) il notista di “Civiltà Cattolica” padre Francesco Occhetta. Che “Italia Viva ha “gridato” alcuni punti legittimi da chiarire, come ad esempio il Mes, mentre il Pd li ha solo sussurrati”. Ma con una spaventosa pandemia da arginare, la scuola nel caos, una condizione economica e del lavoro in evidente aggravamento, il sussurro non sembra lo strumento più adatto a ottenere risultati, tanto più che il tempo stringe.

Né si può dire che Italia Viva si sia mossa con precipitazione e che il suo strappo sia giunto inaspettato. Ricordano i suoi esponenti nel Governo nella lettera di dimissioni presentata il 13 gennaio, che già a luglio era stato chiesto, senza esito, di promuovere una sessione parlamentare sul Recovery Plan. Si sono poi succeduti silenzi e rinvii su importanti dossier: infrastrutture, acciaio, rete unica, autostrade e altri. Dopo l’estate, mentre il virus tornava aggressivo, per il Governo la nota dominante più che la stabilità, è stata insomma l’immobilismo.

Sulla definizione del Pnrr, lo strumento cardine per accedere ai fondi europei, se qualche passo avanti è stato fatto, con il ritiro, imposto dalle proteste di Iv e Pd, della prima bozza presentata, nottetempo, il 7 dicembre, molti ostacoli sono da superare. Dal testo trasmesso al Parlamento, avverte il direttore di Assonime Stefano Micossi (“Il Sole-24 Ore”, 16 gennaio), emerge che “non c’è appetito per vere riforme”. Nel Piano prevale poi una filosofia basata su nuovi sostegni pubblici e scarsa voglia di eliminare i vincoli e i disincentivi “che scoraggiano le imprese e distruggono l’investimento”. Buio pesto, infine, per quanto riguarda un’autorità capofila e responsabile del Piano (secondo le norme europee) e sistemi trasparenti per la selezione dei progetti.

Di questo passo, prevedono molti esperti, i fondi di Bruxelles rischiano di non arrivare per niente. Ma, se questo è il contesto, le scelte di Renzi, pur ruvide, non sembrano prive di fondamento. E al presidente del Consiglio e ai suoi sostenitori, anziché rimanere interdetti, converrebbe riflettere su come creare le condizioni per una maggioranza più coesa e solida, e non più debole, di quella su cui si è retto sinora il Governo. Altrimenti si potrà tirare avanti per qualche mese, ma con l’approssimarsi del “semestre bianco” ad agosto, tutto diventerà ancora più difficile per Conte e, purtroppo, anche per il Paese.

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