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Coronavirus, negli Stati Uniti casi centuplicati: «Questa è la settimana più dura»

Dal corrispondente Washington Questa settimana tutto il mondo guarderà all’America. Negli ultimi 15 giorni gli Stati Uniti sono diventati, rapidamente, il fronte più esposto al coronavirus. Ancora il 14 marzo i positivi erano 3.613: un numero relativamente basso a fronte di 329 milioni di abitanti. Ma da quel momento la curva del contagio è decollata. Il 19 marzo gli infettati erano 13.779; il 27 marzo 104.126; il 1 aprile, 210.003. A metà giornata di ieri, 6 aprile, avevano superato quota 340 mila, con quasi 10 mila morti.

Jerome Adams, Surgeon General degli Stati Uniti, il portavoce federale in tema di salute pubblica, avverte: questa settimana sarà «come Pearl Harbor o l’11 settembre». È il momento più drammatico nella storia recente del Paese, il momento decisivo per la leadership di Donald Trump.

Ventilatori e ritardi

Il Covid-19 ha compiuto una spietata operazione verità. Il sistema sanitario, sostanzialmente privato, è andato subito in corto circuito. All’inizio i tamponi erano introvabili e le poche migliaia di kit spedite nei diversi Stati dal Cdc, l’autorità federale di Atlanta, si sono rivelate difettose. La super potenza mondiale si è scoperta vulnerabile. A fronte del primato tecnologico, economico e militare, sono venuti fuori ritardi cronici. L’insufficienza dei posti letto, per esempio: 2,8 per ogni mille abitanti contro il 4,3 della Cina e il 3,2 dell’Italia. All’inizio della crisi i ventilatori per la respirazione erano 160 mila e le mascherine per la protezione di medici e infermieri solo 30 milioni. L’amministrazione Trump sta cercando di recuperare, affannosamente. Da qui a un paio di settimane potrebbero servire fino a 3,2 miliardi di mascherine e un numero imprecisato di respiratori: nel caso più catastrofico anche 900 mila. Sarà questa la prova più angosciosa.

La mano del mercato

Ieri Andrew Cuomo, governatore di New York, ha detto che per ora non ha bisogno di respiratori. Ma difficile prevedere che cosa potrà succedere da qui alla fine del mese, quando l’emergenza potrebbe dilagare su gran parte del territorio Usa. Il presidente ha fatto ricorso ai poteri speciali previsti nel Defense Production Act, una legge del 1950 che può obbligare le aziende a produrre il materiale che serve in tempo di guerra. Ma i piani di riconversione sono sfasati rispetto alle necessità nel breve periodo. General Motors, per esempio, si è impegnata a fornire 10 mila ventilatori al mese, ma in aprile ne assemblerà solo poche centinaia. Stesso discorso per Ford: 1.500 entro aprile; 12 mila entro maggio e 50 mila entro luglio, quando potrebbe essere troppo tardi.

Resto a casa?

Nel briefing di ieri Cuomo si è mostrato più ottimista rispetto alle uscite recenti: «La curva si sta appiattendo, ma i cittadini devono stare a casa». Da New York, però, arrivano notizie contrastanti. C’è ancora molta gente nei parchi, lungo la riva dell’Hudson, nelle funzioni religiose. Il governatore ha detto che «bisognerà far rispettare il divieto di uscire se non per comprovate esigenze». Ma questo continua a essere un problema complicato. E non solo nella Grande Mela. Secondo una ricerca pubblicata proprio ieri da Atlas Vpn, il 63% degli americani continua a uscire per andare al lavoro; in Italia e in Spagna la percentuale è pari al 40%.

Anthony Fauci, virologo della task force della Casa Bianca, non sa più come ripeterlo: «La misura più efficace è l’isolamento». Ma deve convincere Trump a decretare il lockdown in tutto il Paese, unificando i messaggi e i segnali contraddittori arrivati ai cittadini. Vedremo se il presidente terrà il punto.

Le filiere del cibo

L’industria e la grande distribuzione alimentare stanno reggendo bene. Per i consumatori c’è solo la seccatura delle code ai supermercati. La Casa Bianca ha coinvolto e responsabilizzato le industrie private: cibo e farmaci soprattutto. Sulla carta è un punto di forza del sistema americano. Catene come Walmart hanno una diffusione capillare e sembrano garantire certezze anche in un clima da Pearl Harbor. L’America si prepara.

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