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Covid e variante brasiliana, Rappuoli: «Sono possibili reinfezioni, ma i vaccini dovrebbero difenderci»

L’11 gennaio scorso il ministro della Salute del Giappone ha annunciato di aver isolato una nuova variante di Sars-CoV-2 in 4 persone arrivate dal Brasile. L’ultima, in ordine di tempo. Sabato 16 gennaio l’Italia ha deciso di bloccare i voli da quel Paese, dopo che questa variante (qui tutti i dettagli) ha aggravato la già pesante situazione della pandemia in Brasile (raccontata qui).

Ma che cosa sono le varianti? «Sono cambiamenti del genoma che codifica per la proteina Spike del virus dovuti a numerose mutazioni. Alcune sono ininfluenti, altre più importanti. Quelle che più preoccupano permettono al virus di propagarsi meglio o di evadere, almeno parzialmente, la risposta anticorpale», chiarisce Rino Rappuoli, coordinatore del Mad (Monoclonal Antibody Discovery) di Siena.

Le varianti brasiliane sono in realtà due: la B.1.1.28 (K417N / E484K / N501Y), ribattezzata P.1, e la B.1.1.28 (E484K). «Entrambe hanno una mutazione, la E484K che è comune alla variante “sudafricana”: l’acido glutammico in posizione 484 diventa un altro amminoacido, la lisina. Sappiamo che questa mutazione permette al virus di evadere gran parte della risposta anticorpale».

Che cosa vuol dire in concreto?
«Che sono possibili re-infezioni. Quello che ha allarmato in Brasile è che un’infermiera di 45 anni si è ammalata più gravemente con la nuova variante a ottobre, cinque mesi dopo essersi ripresa dalla prima infezione causata da un ceppo più vecchio. L’immunità acquisita dalla prima infezione non è bastata a proteggerla dal virus mutato, forse anche perché aveva un livello di anticorpi basso».

I ricercatori dell’Imperial College di Londra hanno stimato che oltre il 70% degli abitanti di Manaus fosse già stata contagiata durante la prima ondata. Eppure, in modo sorprendente, l’epidemia di Covid-19 ha ricominciato a mordere, proprio quando si pensava che fosse stata raggiunta l’immunità di gregge naturale. In tredici dei 31 campioni raccolti a metà dicembre a Manaus è stato identificato il virus mutato.

Perché il Covid-19 si è diffuso in una città già vittima della prima ondata?


«È proprio l’alta prevalenza che induce il virus a mutare per continuare a diffondersi. Ci sono ceppi indipendenti che mutano allo stesso modo: il virus sta adottando uno stesso percorso perché è quello più vantaggioso».

L’immunità naturale può non essere sufficiente?


«Può essere ridotta. Lo abbiamo visto in uno studio nei laboratori di Toscana Life Sciences di Siena, sottomesso per la pubblicazione alla rivista Science. Il plasma neutralizzante di un paziente è stato messo in contatto con il virus “originale cinese”. Per i primi 40 giorni gli anticorpi hanno neutralizzato il virus, poi hanno cominciato a perdere potenza. Dopo 73 giorni è comparsa la mutazione E484K. Dopo 80 si è generata una variante resistente al plasma».

Le mutazioni rendono meno efficaci i vaccini?


«Non sappiamo ora con certezza se il vaccino difende anche dalle varianti, anche se la comunità scientifica è cautamente ottimista. In genere, è bene ribadirlo, i vaccini garantiscono una immunità più alta rispetto a quella derivata dall’infezione naturale. Dovremmo dunque avere un margine di sicurezza più alto. Se sarà necessario abbiamo le tecnologie per “aggiustare” i vaccini in breve tempo, quelli sintetici a Rna che stiamo utilizzando attualmente in Italia possono essere rimodulati nel giro di due mesi».

I farmaci monoclonali stanno funzionando sul virus mutato?


«Nel nostro esperimento abbiamo provato a neutralizzare il virus mutato con 13 diversi anticorpi monoclonali: solo quattro hanno funzionato, tra questi quello che stiamo studiando in Italia».

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