Italy

Da Bari alla Thailandia per fare panzerotti, il segreto di Francesco: "È semplice e si prepara in mille modi"

A separare la Puglia dalla Thailandia ci sono più di 10mila chilometri. Eppure il panzerotto barese è arrivato pure lì. Merito di Francesco Chiriacò, che non ha voluto dimenticare le sue origini – è di Triggiano, vicino Bari – e anzi ne ha fatto occasione di guadagno all'estero. E così il panzerotto conquista Chiang Mai, la città dove risiede.

Ci è arrivato sei anni fa, Chiriacò, dopo aver perso il posto di lavoro in un prestigioso hotel del capoluogo. “Tramite internet ho trovato l'annuncio di un'azienda tedesca per un lavoro in Thailandia – ricorda – e sono praticamente partito alla ventura”. Ora continua a lavorare per quell'azienda, ma nel weekend si dedica al prodotto simbolo della cucina barese: “Ho cominciato preparando cene per gli amici, ma non sono un cuoco – dice Francesco – ho notato che i piatti della mia tradizione piacevano molto”.



Nel frattempo si è sposato con una ragazza thailandese, Emmie, e insieme hanno deciso di investire sul panzerotto. In piena pandemia è nato così “Il panzerotto barese – Italian fried calzone in Chiang Mai”. E la loro attività va bene. “L'idea di fare un ristorante con piatti tipici italiani è venuta a me – continua Chiriacò – ma esistevano già. Allora ho pensato di puntare su qualcosa che almeno ufficialmente qui in Thailandia non c'è, anche se alcuni ristoranti propongono il calzone fritto”.

Meglio tornare alle radici, recuperare le ricette familiari e proporre un panzerotto originale, di quelli che meritano il trade mark. Ai clienti piace, che siano thailandesi o stranieri. L'attività di Francesco ed Emmie propone 11 varianti differenti, e si declina a seconda dei gusti locali: “Ai thailandesi non basta il ripieno di pomodoro e mozzarella, vogliono sapori importanti come il pesto, il super piccante, la mortadella, il prosciutto o il pollo. Di solito non amano il salato, preferiscono il dolce, mescolano lo zucchero con il piccante”. Ma quell'impasto di pasta fritta ha convinto pure loro: “L'ultima variante è stata il panzerotto con mortadella e provolone, è andato sold out per due settimane”.

Altra particolarità del locale di Francesco e sua moglie è il fatto che si trova davanti casa: “Viviamo in una town house, che ha un ampio spazio all'aperto, dove abbiamo allestito cinque tavoli – prosegue il titolare – è una cosa molto comune in Thailandia, e la fa sembrare un po' Bari vecchia”.

L'obiettivo è allargarsi in futuro e arricchire il menu con altri piatti baresi (fra cui l'immancabile focaccia), ma per ora marito e moglie non lasciano il lavoro – sono impegnati entrambi nella stessa azienda tedesca – e si dedicano alla cucina solo il sabato e la domenica. Il prezzo di un panzerotto è in linea con Bari – un euro e cinquanta centesimi – e meraviglia considerando che gli ingredienti sono tutti di importazione italiana (“tranne la salsa, la faccio con i pomodori locali”).

Ma per un thailandese il panzerotto è un lusso: “Una persona di ceto medio-basso non può permetterselo, con quel prezzo fanno pranzo e cena. Il tenore di vita è diverso rispetto all'Italia, qui con 200 euro si paga l'affitto di casa”. Ecco perché la coppia punta soprattutto agli stranieri. Non tanto ai turisti – pochi considerata la pandemia, con la Thailandia che ha scelto di blindarsi per tutelarsi e ci è riuscita – quanto le tantissime nazionalità che vivono a Chiang Mai. E sì, a mantenere la pronuncia italiana il nome della città sembra quasi un'espressione barese – anche se in realtà quella corretta è molto diversa – Francesco lo sa e ci ride su. Sembra uno scherzo del destino, e lui ne ha fatto commercio. Mai dimenticare le origini, e anzi meglio farne innamorare gli altri.

“Il panzerotto barese – Italian fried calzone in Chiang Mai” come locale si presenta con due colori dominanti, il bianco e il rosso di Bari. Il galletto della squadra di calcio campeggia sulla bandiera posta sotto il bancone, e a volte i due titolari indossano la maglia biancorossa: “I colori del Bari piacciono anche a mia moglie – conclude Francesco Chiriacò – quando l'ho portata in Italia siamo stati anche allo stadio, e la città le è piaciuta tanto”.

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