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Dopo le guerre, le ricostruzioni: storia di cadute e rinascite

C’è una vena di fiducia e di energia che percorre il nuovo saggio di Federico Rampini, I cantieri della storia(Mondadori). È il racconto delle grandi ripartenze nella vicenda umana, in particolare (ma non solo) nel Novecento. Il New Deal con cui Franklyn Delano Roosevelt portò l’America fuori dalla grande depressione è un precedente così potente, che oggi lo stesso termine viene riproposto da chiunque intenda lanciare riforme progressiste ed espansive; non a caso si parla di Green New Deal.

 La copertina de «I cantieri della storia. Ripartire, ricostruire, rinascere» (Mondadori, pp. 252, euro 19)
La copertina de «I cantieri della storia. Ripartire, ricostruire, rinascere» (Mondadori, pp. 252, euro 19)

Lo stesso accade per il Piano Marshall, invocato di continuo quando si vuole auspicare un intervento coraggioso dopo una catastrofe; anche se — come spiega bene Rampini — il Piano Marshall, quello vero, fu molto più piccolo di come lo pensiamo, e nello stesso tempo molto più intelligente. Dalle macerie della Seconda guerra mondiale rinasce non solo la Germania, ma la stessa Francia; che fatica a rinunciare all’impero coloniale, ma nonostante la lunga serie di rese — dalla tragica primavera del 1940 all’assedio di Dien Bien Phu — è protagonista della costruzione europea. «Il primo dei cantieri asiatici che preparano la nuova centralità dell’Oriente è in Giappone — ricorda l’autore —: un caso, unico nella storia, di nation-building riuscito grazie a una dura occupazione militare». Della Cina, dove ha vissuto a lungo, Rampini racconta il riscatto dopo la Rivoluzione culturale — «di fatto una guerra civile» — e dopo il massacro di piazza Tienanmen nel 1989 («un colpo di Stato militare contro una parte di popolazione inerme»).

Federico Rampini (Genova, 1956)
Federico Rampini (Genova, 1956)

Tuttavia, prima della rinascita, viene la caduta. Il prototipo di ogni decadenza è il crollo dell’Impero romano; e da qui il libro prende avvio. Dai tempi di Edward Gibbon e dalla sua History of the Decline and Fall of the Roman Empire, gli storici non hanno cessato di interrogarsi sulle cause del declino e della caduta di Roma. Ogni studio aggiunge un tassello, e ovviamente quelli di particolare interesse ci riportano all’attualità: ad esempio Kyle Harper ha incentrato la propria analisi sull’influenza del cambio climatico (anche se all’epoca la temperatura diventava più fredda, non più calda); mentre un ruolo fu giocato anche dalle epidemie, in particolare dalla peste giustinianea, che imperversò con diverse ondate per due secoli. Ma forse l’aspetto più interessante che accomuna il nostro tempo con quello in cui si sgretolò l’Impero dei Cesari è un altro. Rampini parla di «estinzione dello spirito civico, del senso di appartenenza di una comunità». Accade talora che la società fugga dallo Stato, dalle tasse, dai doveri militari, dall’impegno politico. «I cittadini romani si ritirano dalla sfera pubblica, cercano la protezione di qualche potente per conservare i benefici della Pax Romana senza sopportarne oneri e responsabilità».

All’idea della cosa pubblica si sostituisce la realtà molto più angusta dei clan locali e familiari. «Dietro il degrado dello spirito civico, della solidarietà, dell’etica comunitaria, c’è un dato di fatto: il Basso Impero romano è ormai uno Stato rigido e vorace, con al vertice una burocrazia inefficiente e insaziabile. Per sfuggire alla sua presa molti si affidano al clientelismo, preferiscono obbedire a un capo locale, qualche senatore straricco o la diocesi ecclesiastica. In questa fuga dallo Stato, nel rifiuto di partecipare allo sforzo fiscale per finanziare le guerre contro i barbari, c’è l’illusione di poter conservare il tenore di vita della Pax Romana. Che invece sta sprofondando inesorabilmente». Cittadini che si chiamano fuori dalla comunità, non riconoscono la fedeltà fiscale, si disinteressano delle questioni legate alla difesa, vengono schiacciati da un fisco rapace e da una burocrazia inefficiente, e cercano protezione fuori dalle istituzioni: è uno scenario non così estraneo per chi si trova a vivere all’inizio del XXI secolo. Il contesto geopolitico è quello di un impero americano ancora potente sul piano militare e tecnologico, ma in ritirata su tutti i fronti, dal Medio Oriente all’Europa, e mai così diviso al suo interno.

Un capitolo è dedicato alla Ricostruzione, come venne chiamata negli Stati Uniti la fase successiva alla guerra civile, quando si tentò di inserire gli ex schiavi nell’architettura costituzionale e politica della nazione. Un tentativo di fatto fallito: occorrerà attendere quasi un secolo per vedere riconosciuti i diritti civili dei neri. E il durissimo 2020 ha dimostrato che la questione razziale negli Stati Uniti è lontana dall’essere risolta. La lezione del saggio di Rampini è chiara: non tutti i cantieri della storia hanno innalzato edifici duraturi. Eppure «civiltà intere sono sopravvissute a eventi terribili. Dopo ogni guerra c’è stata una ricostruzione». Hiroshima, la città devastata dalla prima bomba atomica, è oggi una metropoli da oltre un milione di abitanti.

Ma l’esempio più commovente di rinascita è il miracolo — durato secoli — dei monaci dell’Alto Medioevo, che al tempo in cui anche i sovrani erano analfabeti costruirono dighe contro l’ignoranza copiando e salvando nei loro monasteri i testi di un sapere antico. «Nonostante il monachesimo — scrive Rampini —, nel corso del Medioevo si perde secondo alcune stime il 90 per cento della cultura greco-romana. Quel che viene salvato, però, è il germe di una rinascita che fiorirà in pieno solo sette secoli dopo, e per la quale nell’Ottocento lo storico francese Jules Michelet inventerà il termine Renaissance».

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