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Enzo Biagi era la voce del Buon Paese: un maestro a cento anni dalla nascita

Basterebbero poche righe di un suo editoriale per consegnare alla storia uno stile e un esempio: «Consideriamo il quotidiano un servizio pubblico, come i trasporti e l’acquedotto. Non manderemo nelle vostre case acqua inquinata» («Resto del Carlino», 1970). O la risposta al segretario del presidente del Consiglio, Amintore Fanfani, che voleva il suo telegramma come apertura del Tg che lui dirigeva da poco: «Facciamo i giornalisti, non i postini» (Radiotelevisione italiana, 1961). Oppure l’editoriale che gli costò il posto dopo 7 anni di direzione a «Epoca», Dieci poveri inutili morti: una picconata sul governo Tambroni appoggiato dal Msi e sulla polizia che nel 1960 carica gli operai in sciopero a Genova e a Reggio Emilia: «Li ha uccisi la cattiva politica, l’ipocrisia, il compromesso, l’interesse meschino che cancella i principi e fa tacere la coscienza…». O ancora l’arringa contro il malefico contagio della P2 nella società e nell’informazione dei primi anni Ottanta: «Il “Corriere” non può essere sconfitto da Licio Gelli e dai suoi candidi o malvagi seguaci… Dietro di me non c’è altro che la mia coscienza, nei miei programmi futuri soltanto la tomba. Che vorrei, è ovvio, lontana e con una lapide: scrisse quel che poteva, mai quel che non voleva…».

Enzo Biagi non è stato solo un grande cronista. È stato un riferimento, e anche qualcosa di più, per chi nel giornalismo non vede solo un mestiere. Era un amico di cui fidarsi, hanno scritto sulla pergamena della laurea honoris causa assegnata dall’università di Modena. «Una persona che vorrebbe portare avanti quelli che sono nati indietro», aveva aggiunto lui. Quasi pedagogico. «Se dovessi sintetizzare l’etica del giornalista direi: sii perbene. Era il consiglio di mia madre. Potersi guardare allo specchio e dire: ho fatto il mio dovere». Anche a costo di perdere il posto.

Una volta raccontò a Salvatore Giannella: «Ammetto di aver un debole per la gente normale, quella che festeggia gli anniversari, crede ai proverbi, ha una busta paga modesta, pratica l’antica arte del risparmio...». La sua piccola grande Italia. Un’altra volta si lasciò andare con Loris Mazzetti, il suo braccio destro a Il fatto, la trasmissione di 5 minuti che per 846 puntate dal 1995 al 2002 tenne incollati a Raiuno sei milioni di telespettatori: «Non sappiamo più in che Paese siamo, nessuno racconta l’Italia minuta, quella che fatica ad arrivare alla fine del mese, quali sono i sogni dei giovani e le paure dei vecchi, perché i comici diventano politici e perché la politica non si occupa della gente. Andiamo in giro a vedere se esiste ancora la speranza…».

Biagi aveva già 82 anni. Senza l’editto bulgaro, senza il diktat di Berlusconi, senza l’esilio imposto perché scomodo e non allineato, sarebbe stato pronto a riprendere il taccuino e la telecamera per raccontare sul «Corriere» e in tv quel che altri non vedevano o non sapevano raccontare. Soffrì per quell’allontanamento forzato. Ma il suo codice era questo. «Ci sono momenti in cui si ha il dovere di non piacere e noi non siamo piaciuti… Meglio essere cacciati per aver detto una verità che restare silenziosi e indifferenti». Quando si cerca sui manuali il significato della parola giornalismo, ecco, è quello lì.

Oggi di anni ne avrebbe cento, Enzo Biagi. Era del 1920, nato il 9 agosto. Un altro mondo. E un’altra Italia. Che non ha mai smesso di amare. Camminava nella storia, intervistava star e capi di Stato, dive e principesse, scriveva libri, pubblicava geografie e racconti a fumetti, era globale e locale, carta e tv, multitasking ed extralarge nei suoi impegni, ma ogni tanto si fermava e si voltava indietro. E lì c’era Pianaccio, l’Appennino emiliano, l’odore di castagne e di legna tagliata, la maestra e la corriera per Lizzano, c’era il bambino che aveva visto gli orrori del fascismo, la miseria e la guerra e aveva imparato dalla gente perbene la dignità, l’orgoglio e anche la capacità di indignarsi. C’era anche il Buon Paese, quello di cui parlava spesso con il presidente Sandro Pertini, l’Italia che lavora e paga le tasse, non uccide, non ruba, ed è fatta da artigiani che sanno fare il mestiere, da imprenditori geniali, da mercanti fantasiosi, da operai capaci e da artisti di talento. Un Paese da riscoprire, anche oggi.

«Sono un uomo dei monti, mi piace il rumore del bosco e la nebbia che fa sparire i costoni», amava dire. E nella nebbia ci soffiava dentro, volentieri Biagi: cercava di diradare le ombre della cronaca, voleva far capire senza annoiare lettori e telespettatori. Nel 1979, quando tutti scrivevano che l’Italia era un Paese finito e «Der Spiegel» metteva in copertina gli spaghetti e la P38, cercò di raccontare come una Repubblica incomprensibile riesce a sopravvivere. Era il suo modo di incoraggiare una ripresa, anche dei valori, andando sul posto, facendo domande, raccontando qualche storia. Come aveva fatto, con umiltà da cronista lui che era già un inviato internazionale, accettando un servizio per il «Corriere» da Cinisello Balsamo. «Per un racconto avvincente non c’è da correre a Hong Kong, basta uscire di casa», diceva.

Era il 1976: oltre la barriera corallina di Milano c’erano ancora le Coree e i Bronx. A Cinisello l’inferno si chiamava Fossa dei Serpenti, un nastro di strada che di notte si riempiva di ombre e di fuochi, baracche coi tetti di latta arrugginita, prostitute decrepite e ragazzine, un piccolo mondo infelice tra altiforni e la grande immigrazione. Biagi scrive quel che vede, racconta l’unica luce che viene dal parroco, un uomo che vive per gli altri uomini e con la sua fede ha costruito un rifugio per disperati in una giungla moderna. È una cronaca dura, coraggiosa, mai scritta sul «Corriere». Il sindaco la contesta. Il giorno dopo riunisce il consiglio comunale. La giunta di sinistra approva una mozione contro Biagi: scrive che ha disonorato una comunità. È un editto, che anticipa quello bulgaro: il giornalista viene considerato ospite sgradito a Cinisello. Questa volta però c’è un lieto fine: e sarebbe piaciuto al protagonista. Trentadue anni dopo sindaco e giunta si riuniscono di nuovo per chiedergli scusa. Aveva ragione Biagi. Quell’articolo ha messo in moto la voglia di cambiare. Per risarcirlo, Cinisello Balsamo gli ha dedicato una via.

Il Buon Paese esiste ancora. A cent’anni dalla nascita, via Enzo Biagi lo può testimoniare.

Le iniziative per il centenario

Lizzano in Belvedere, sull’Appennino bolognese, ricorderà Enzo Biagi nel centenario della nascita, 9 agosto 1920. Il comune ha previsto diverse iniziative raccolte nel programma 100 anni di Enzo Biagi 1920-2020 per celebrare il suo concittadino, scomparso il 6 novembre 2007, prendendo spunto da una frase dello stesso Biagi: «Ho girato il mondo da cronista, ma in fondo non sono mai andato via da Pianaccio». Le celebrazioni cominciano il 9 agosto alle 17, proprio a Pianaccio, con l’inaugurazione del ristrutturato museo-centro di documentazione Enzo Biagi e di una mostra fotografica. Ad accogliere i visitatori la statua di Biagi, opera dello scultore Yasuyuki Morimoto. Seguirà la presentazione del francobollo emesso dal ministero dello Sviluppo economico, a cura di Poste Italiane, mentre alle 18 sarà inaugurata «via Enzo Biagi». Ma anche la «sua» Rai ricorda Biagi con una programmazione speciale in tv, radio e sul web. L’omaggio si apre il 7 mattina con Unomattina Estate. Alle 9.30, su Radiouno, tocca a L’Italia in diretta. L’8 agosto a mezzanotte (e in replica domenica 9 alle 18) Raitre propone il documentario La mia virgola. Enzo Biagi alla scoperta del mondo. Ancora domenica 9 agosto, sempre su Raitre, lo speciale curato da Loris Mazzetti Biagi e Benigni. La strana coppia (ore 13). Alle 15 il testimone passa a Rai Storia che dedica a Biagi l’intero pomeriggio: in onda, fino alle 20, le 5 puntate di Enzo Biagi, giornalista, che ne ripercorre la carriera attraverso i programmi; ancora su Rai Storia Il giorno e la Storia a mezzanotte (e in replica alle 5.30, 08.30, 11.30, 14 e 20.10), con un ritratto dell’uomo e del professionista. La domenica si chiude su Raiuno alle 23.40, con lo Speciale Tg1. Su RaiPlay , dal 7 agosto, tutte le 9 puntate di RT (’62), il primo programma Rai del giornalista.

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